lunedì 24 dicembre 2007

spendi spandi effendi

che poi non ci vuoi andare, ma al centro commerciale, che sia la vigilia o la pre-vigilia, ti ci ritrovi.
e così succede anche a me. di portare mamma o chi per lei a fare gli ultimi regali, comprare le ultime cose per fare il pranzo e bla bla bla.
e allora andiamoci a 'sto cacchio di centro commerciale
"che magari salta fuori anche che ti prendo qualcosa"
"ma a chi, a me? ma non mi serve nulla, perché?"
"a te serve sempre qualcosa, sei così in disordine quando vai in giro"
"e quindi?"
"e quindi ti prendo il profumo che l'hai finito da 2 anni e non l'hai ancora comprato"
"per forza, cosa 60 euro. e poi scusa, non sarà mica un profumo a mettermi in ordine quando esco.."
"no certo, ma almeno anziché sapere di sigaretta sai di armani"
"a be'.. certo.."



sul luogo del delitto è impossibile muoversi, ma lo si sa. ma ci si va.
per prima cosa andiamo a vedere i prezzi di un telefonino per poi paragonarli ad altri.


poi entriamo all'ipercoppe e andiamo al bancone.
diamine madre, ti servono solo due etti di prosciutto per le crespelle, quindi nemmeno di pregiatissima qualità.. non vanno bene quelli in vaschetta?
sia mai. siiiaaa mai.

prendiamo il numerino: 35.
leggo sul tabellone luminoso: 12. olè
devo perdere del tempo e allora mi metto a studiare quelle tartine di caviale gelatinose che sogno di mangiare da quando ho 5 anni e che invece non mi hanno mai comprato.

poi c'è qualcosa di più interessante che cattura la mia attenzione.
il bancone della gastronomia-affettati-formaggi-carni è precisamente di fronte a quello del pesce, e mi rendo conto che nell'iper si sta creando una divisione naturale.
napoletani, calabresi e vari ed eventuali sono tutti al bancone del pesce, pronti ad accaparrarsi il capitone migliore per la grande cena in famiglia del ventiquattro. socializzano tra loro, si scambiano ricette, sorridono, dicono ai figli di non giocare con il carrello – degli altri – ecc.
i lombardi snob invece, sono tutti al banco dei manicaretti ad ordinare – e a guardare cosa ordinano gli altri (come me…) – un chilo di insalata russa, un chilo di patè, un chilo di mousse gelatinosa al prosciutto, dieci tartine al tonno, dieci al caviale (cinque rosso, cinque nero, please), dieci con gamberetti.. roba da due euro e cinquanta cad. 'sti cazzi.

agguantato il prosciutto e la fontina valdostana, ce ne andiamo a vedere i prezzi del telefonino.
costa meno a mediaworld. andiamoci.


entriamo, prendiamo l'aggeggio, ci facciamo fare la ricevuta ed andiamo in cassa.

e lì succede.
succede che sento per l'ennesima volta quella risposta odiosa ed imbarazzante a quella domanda così tanto semplice e di cortesia:
"buon giorno. ha la tessera?"
"buon giorno signorina io ce l'avrei anche la tessera ma non ce l'ho qui no guardi mi dispiace sa è che la tessera l'ho scordata nel portafogli di mio marito perché stamattina a fare la spesa ci è andato lui e allora mi ha preso tutte le tessere anche quella di mediaworld insieme alla tessera fidaty alla tessera sociocoop alla tessera sanitaria alla tessera bottega verde alla tessera…."

BA – SSS – TA! CI HAI ROTTO I COGLIONi!
dì di no. punto.

chissenefrega del perché non ce l'hai. hai idea di quanto glie ne importi poi alla commessa? per non parlare di quelli che hanno appena pagato e passato la loro tesserina di 'sta cippa e vedendo tutta la scena si voltano con molta disinvoltura, e con una faccia da culo mai vista dicono:
"se per lei non è un problema passerei la mia di tessera. sa, così mi vanno i su i punti.. tanto lei l'ha scordata, sarebbe un peccato..".

per fortuna in dieci minuti siamo fuori dal regno della tecnologia.


vicino al negozio c'è il banchetto della croce rossa italiana (concorrenza.. ehehe) che fa i pacchettini regalo in cambio di un'offerta libera.
mia madre prende due regali e mi chiede di andare a farli impacchettare.

per arrivare al banchetto devo passare accanto allo spazio bimbi.
ed ho sempre molta paura.
soprattutto per i miei timpani.

mi avvicino e vedo un bimbo che mi viene incontro. bellino.
mi guarda, si ferma accanto a me, apre la manina e come per magia il nano mi tira addosso, ad altezza borsa, una manciata di coriandoli. coriandoli.
primo: che cazzo ci fa un bambino di cinque anni in giro da solo in un centro commerciale?
secondo: che cazzo ci fa con in mano dei coriandoli, a natale?
dove lì ha trovati, chi glieli ha dati, a carnevale cosa fa, si veste da babbo natale?

supero lo gnomo ignorandolo, anche se so che passerò l'intera ora successiva a togliermi pezzetti di carta colorati dall'interno della mia borsa.


arrivo al banchetto.
non c'è il numerino da prendere, ci sono quattro "commessi" e la precedenza è affidata al buon senso delle persone. e come ogni volta che è così io mi faccio passare avanti chiunque.
se sto in coda dietro a uno, quando tocca a me arriva la vecchietta ingenua con cinque regali da far impacchettare.
se mi sposto mi becco l'angolo sfigato dove non mi vedranno mai.

finalmente tocca a me, consegno i due regali e mentre la volontaria della cri si appresta a farmi i pacchettini, mi avvicino ad una cassa di cartone e lascio cadere dentro cinque euro in moneta.  ritorno dov'ero prima.
la signora accanto mi guarda severa.
non capisco e le sorrido.
ad un certo punto mi dice che avrei dovuto aspettare di ricevere i pacchettini prima di dare l'offerta:
"per quale motivo, mi scusi?"
"perché così la volontaria la vedeva mentre metteva l'offerta. così invece ci fa una brutta figura".

ah ah ah ah ah.
non è vero.
non sta succedendo a me (a me che faccio la volontaria in croce bianca.. tra le altre cose).
ah ah ah ah.

prendo i pacchetti e me ne vado.


mi volto e come un miraggio vedo mia madre di ritorno da altri acquisti.
"madre andiamocene. hai finito, no?"
"si. tieni"
"cosa"
"questo"
"cos'è"
"aprilo"
"grazie"
"ti piace?"
"be' si, lo uso da dieci anni"
"lo so, ma non è lo stesso"
"si che è lo stesso"
"no, intendevo che la confezione da 50ml era finita. ti ho preso quella da 100mla dire il vero ti ho preso anche la crema corpo"
"uau. va bene il profumo. ma addirittura la crema per il corpo.. non vorrai correre il rischio che doventi davvero una signorina carina tutta in ordine?"
"no"
"cosa"
"non corri questo rischio"
"ecco. appunto"



Passiamo accanto ad un banchetto dove promuovono e vendono una macchinetta che fa la manicure.
la ragazza dello stand mi adocchia ma non mi viene incontro.
mi guarda di traverso invece. sorride, mi strizza l'occhio e mi porge un aggeggio che serve per limare le unghie.
e' il mio momento.
le sorrido, mi brillano quasi gli occhi.
mi avvicino a lei scansando anche due ragazzine.
orgogliosa le porgo la mano libera dai sacchetti.
il suo sorriso si spegne all'improvviso.

ha un'espressione amara in volto e vedo che sta per mettersi ad urlare una frase tipo: "AHHHH! che orrore!!".
invece riesce solo a dirmi:
"ma come fai? non ti fanno male? ma sono ridotte malissimo!"
"ehhhh lo so, a volte sanguinano pure. ma sai com'è.. mi mangio le unghie per cercare di smettere di fumare"
"ma scusami, mangiati una gomma"
"ehhhh no. fumo per smettere di mangiare gomme che poi il dentista si arrabbia"
"va be'. ciao buon natale"
"grazie. buone feste anche a te"

sabato 22 dicembre 2007

una giornata senza pretese

Mi piace uscire quasi per ultima dall'ufficio.
Camminare trascinandomi dietro una valigia a rotelle da Missori fino a Loreto.. perché Milano è bella, e parlare a lungo, mentre si cammina a lungo, è formidabile.
Intanto ti guardi attorno e osservi, ridi e ascolti le persone che ti passano accanto vivendo un po' delle loro storie.. e poi ridi ancora perché le storie degli altri sono sempre più divertenti delle tue.
O quasi.

Pensi che sei amata, ma non hai tempo, voglia e bisogno di esserlo. Anche se sai che forse non è così.

Allora cammini. Non ti fermi e continui ad andare: "Scendiamo alla prossima?".
E mentre lo fai pensi che è molto strano che il tuo tallone che soffre di tendinite cronica non abbia ancora preso fuoco e urlato pietà.
E che non ti abbia ancora mandato a 'fanculo perché ti ostini ad indossare scarpe senza suola.

Incontri una che in inglese e a gesti ti chiede una sigaretta.
Non fai in tempo a mettere via il pacchetto e a cercare l'accendino in tasca che la miss ti dice battendo i piedi che se le dai d'accendere forse riesce anche a fumarla. Ma certo.
Chissà se anche in Inghilterra si usa dire "Vuoi anche un polmone?"

Arriva il momento di scendere sotto terra: Loreto, linea verde. Sono le 20.20
Salgo a fatica sul vagone, l'ultimo.

Arrivo a destinazione.. qualcuno direbbe 'verso le colonne d'ercole'.

Questa volta scendo alla fermata di Cascina Antonietta, uno dei posti più inculati al mondo.
Penso che come località esista solo in funzione del metrò.
Ha l'unico parcheggio dove non passano per la pulizia strade e non fanno il mercato comunale.. mi fa venire gli occhi lucidi.
E' comoda, come stazione, quando devi lasciare la macchina parcheggiata a lungo.
La metto lì anche perché l'ultima volta l'ho messa a Gorgonzola per cinque giorni. Me l'hanno portata via.

Stai davvero per arrivare.
Stai davvero per staccare la spina da tutto.
Casa è sempre più vicina.

Scendi dall'ultimo vagone in una stazione in cui non accendono nemmeno tutte le luci.
In particolare alle nove e un quarto di venerdì 21 dicembre.
Sei la sola a scendere a lì.
Esci dalle porte, appoggi la valigia a rotelle e ti fermi.
Metti bene la sciarpa, i guanti e poi il berretto.
Prendi il sacchetto dei regali, allunghi la maniglia e sei pronta ad uscire (prima, ovviamente, di aver fatto due rampe di scale).

Esci e scuoti la testa.
Poi fai un sorriso, ma è di imbarazzo con te stessa.
Poi chissenefrega, non c'è in giro nessuno e ridi tanto.
Il parcheggio enorme è ormai deserto e tutto ghiacciato.
La mia Punto Sole mi attende da una settimana al freddo e al gelo e ora che non ha nessuna macchina attorno mi rendo conto di come cazzo l'ho parcheggiata. Ma lasciamo stare.

Mi avvicino e tiro fuori le chiavi.
Cerco di aprire la portiera dietro per infilare la valigia, ma per prima cosa scelgo di accendere la macchina, sempre se parte ancora, e cominciare a scaldarla.
Poi mi avvio a recuperare la valigia lasciata in solitaria ad attendere davanti alla portiera posteriore.
Mi avvicino alla maniglia.. tiro. Forte. Tiro forte. Ma non si apre. E' completamente congelata.
Allora metto il cadavere a rotelle nel baule, chiudo e salgo in auto.
Prendo il disco orario che funge anche da spatola per grattare via il ghiaccio e comincio l'opera.

Sono lenta, non ho freddo e non ho fretta.
Sono da sola in un parcheggio con intorno campagna e poche case.
Tolgo il ghiacchio con una precisione certosina (io? ..si, io!).

Poi. Mi fermo un attimo.
Tiro un lungo sospiro.
Nick Drake mi suona "Which will" e poi mi coccola con "Horn".
E sto bene come mai.


Salgo in macchina e prendo a tornare a casa.
Arrivo, parcheggio, tolgo il cadavere-valigia dal baule, apro il cancello, salgo in ascensore e apro la porta di casa. Casa mia.
I miei mi hanno chiamata nel pomeriggio per dirmi che sarebbero usciti a fare spese, e che se non li avessi trovati in casa non avrei dovuto preoccuparmi perchè non mi stavano abbandonando, erano solo usciti. A volte l'ironia di due sessantenni in amore mi spiazza.
Ma questo me lo ero dimenticato. Mi aspettavo di trovarmeli lì, aldilà del blindato, mia mamma che stira, mio padre che fa pacchetti. E invece no.
Casa mia tutta per me.


E' buio. Chiudo la porta e mi avvio verso quella della cucina.
Sono con ancora giacca, cappello, sciarpa, guanti e valigia a seguito.
Ringrazio il signore di essere da sola, perché questo forse è l'unico momento in tutta la settimana in cui sono solo io. Non fisicamente intendo. Solo io a sapere come sto.
Solo io in piedi al buio, illuminata solo dalle luci di natale fuori sul balcone.
Allora mi spoglio. Mi infilo i pantaloni della tuta e mi levo scarpe e calze per sentire a piedi nudi il calore del pavimento. A casa mia di regola ci sono dai 22 ai 24 gradi.
poi piano piano mi rendo conto che il tallone in realtà non mi faceva male solo perché era assiderato, e infatti ora che riprende forma e colore comincia a farmi piangere.

Poi arrivano, i miei. Pieni di borse, che discutono di chissàcosa.
E' meglio che vada a farmi una doccia.
A cena guai a cambiare canale perché ci sono i cinquant'anni dello Zecchino d'oro. Olè.
Intanto mangio ravioli in brodo fatti in casa. Li abbiamo sottratti da quelli natalizi.
Mia madre è una cuoca eccezionale. Mio padre è un pirla. Pur sempre eccezionale.



E' finita. Questa settimana, che chiude uno dei due mesi più lunghi, emozionanti e faticosi della mia vita, è finita. E io ve lo dico subito: stacco tutto. Spina, cuore e cervello. E cellulare. E se non dovessi lavoricchiare da casa, anche il computer.
Ma sono felice. Anche per questa volta la pelle me la sono portata a casa.
Con un po' di lividi – e non è ne una metafora, ne una citazione di ligabue, ne nient'altro che così – con un po' di virus in corpo e con un sacco di tempo tutto per me che non ho ancora avuto modo di utilizzare.



Vorrei starmene da sola. Almeno un po'.
Anche a Natale.
Mia nonna punta i piedi per passare il natale a casa da sola.
Io l'ho supplicata di passarlo insieme.. io e lei.
Lei che essendo piacentina cucinerà cose sublimi e le mangerà in un'oretta e mezza.
Frutta secca, mandarini, panettone e torrone morbido per lei e duro per me e poi tutte e due a fare il riposino. No?
No. Mi ha detto di no.

E allora adesso mi sdraio un po'.
Mi faccio venire questa maledetta febbre che mi bussa sulla spalla da più di due mesi e non ho avuto ancora tempo di aprirle.
di tempo forse ora ne ho un po' di più.. e me ne vado.




 d.


ps. buone feste.. vi auguro un duemilaeotto ricco almeno la metà delle emozioni che ho vissuto io. dico 'almeno la metà', così vi tenete buona l'altra per il 2009, perchè io mi sa che ormani mi sono giocata già tutto. stiamo a vedere come va.

venerdì 23 novembre 2007

il frutto del peccato

Salgo in metro, come tutte le mattina. Linea verde.

Qualche fermata dopo fa l'ingresso nel vagone in cui sto io una ragazza bionda, graziosa, con un colbacco di pelo azzurro (giuro) e uno zainetto, Luis Vuitton.

Si mette in un angolo, si siede composta e prosegue indisturbata la lettura del suo libro: Silvio Muccino e Carla Vangelisti con "Parlami d'amore".

Ad un certo punto poggia il libro sulle gambe e dallo zaino (e che zaino), estrae una mela e apre un pacchettino. Comincia a mangiarla, quella mela.

L'addenta bene. Senza sporcarsi. Con classe. Con un "crock" da mela che a me non esce mai.


Poi tira fuori dal pacchettino un crecker integrale (buono integrale, sano intergrale.. sempre intergrale!).

Alterna un morso di mela con un morso di cracker: non sbriciola, non si sporca, non mangia insieme i peli della sciarpa, continua a leggere il libro, e non lo sporca nemmeno, il libro.


Finisce il frutto del peccato, mangiandolo anche alle estremità, dove è difficile addentarlo in modo elegante, perché devi torcere ciò che ti rimane del frutto e va a finire sempre che ti sporchi il naso mentre lo mordi in verticale.


Ma lei no.

Eva finisce il suo pranzo salutare in tre-quattro fermate.

Non ha nemmeno bisogno di pulirsi la bocca e non le vengono nemmeno gli angoli della labbra arrossati, che a me invece si presentano al primo morso.

E' perfetta.

Bardata nel suo cappottone, nel suo colbacco, nella sua sciarpona.

Ed è senza briciole.


Ed io?
Ed io sono una sfigata.


Primo perché continuo ad osservarla e mi accorgo che sto facendo delle smorfie di dolore ed invidia.

Secondo perché anche quando mangio una caramella riesco per fare danni.

Lo zucchero mi si appiccica sulle labbra, prima di portarla alla bocca prendo dentro la sciarpa e mangio mille peli, e mentre la mastico la bocca mi si riempie di saliva e devo stare attenta ad aprirla.



Se mangiare una caramella mi provoca disturbi in ambito sociale, pensate cosa potrebbe accadermi se provassi ad addentare una mela in metropolitana: mi si incastrerebbero negli incisivi parti della buccia che solo dopodomani riuscirei a togliere, mi partirebbe lungo il labbro un rivolino di succo di mela, mi cadrebbero delle gocce sulla mia amata sciarpa pelosa e altre scivolerebbero invece lungo il polso, arrivandomi fino al gomito.. E poi brucia, quel maledetto succo brucia!



Non voglio pensare cosa mi potrebbe accadere se mangiassi anche solo un cracker.. INTEGRALE POI!!

d.

giovedì 15 novembre 2007

che cosa ti aspetti da me?

"Mi aspetto che tu non mi chieda che cosa mi aspetto da te"

Lorenzo Licalzi



letto tempo fa. mai dimenticato. se avete tempo, un pezzetto qui per voi.

La poltrona vicino al bagno

In questa casa di riposo va in scena ogni giorno la parodia delle bassezze umane, che la vecchiaia, come un regista maledetto, esalta fino alla massima potenza. L'apice della meschinità è la disputa per la conquista dei posti strategici. Non c'è paragone con l'altra, quella per farsi portare a letto per primi, quella in fondo è una gara, con degli obiettivi squallidi fin che si vuole ma pur sempre una gara combattuta alla luce del sole, questa invece ufficialmente non esiste, è sotterranea. In quella vince il più forte, il più prepotente, in questa il più subdolo, il più meschino, appunto. Ci sono due vecchie, ad esempio, che si battono ogni giorno da un anno per accaparrarsi la poltrona vicino al bagno. Così se gli scappa, e gli scappa spesso, arrivano subito senza rischiare. È una lotta sfiancante. Certe volte alle sei di mattina una delle due è già lì seduta. Ma è solo l'inizio della grande battaglia quotidiana. I pasti le costringono ad abbandonare per una mezzora l'ambita postazione, e così dopo pranzo la guerra ricomincia. È uno spettacolo – per chi lo sa apprezzare – vedere come si ingozzano per finire di mangiare il più presto possibile, gli sguardi obliqui che si lanciano. Sembrano centometriste in attesa del via. Ogni tanto, la meno ingorda, con una mossa a sorpresa rifiuta il dolce, abbandona furtiva la sala e si siede trionfante. Una volta, la più sleale non ha rispettato quello che deve essere una sorta di codice deontologico che si sono date: chi si alza solo per andare in bagno mantiene il possesso della poltrona momentaneamente libera. Anzi, più che un codice deontologico deve essere una necessità che nasce dal fatto di evitare gli imbarazzanti avvicendamenti cui viceversa sarebbero sottoposte, visto che vanno in bagno almeno venti volte al giorno. Ebbene quella volta, per la prima volta, hanno litigato ferocemente. Mesi di frustrazioni accumulate giorno per giorno si sono liberate nel giro di pochi minuti e la gentilezza ipocrita dei loro rapporti formali ha ceduto di schianto sotto la pressione dirompente dell'odio. La diga è crollata. L'acredine a lungo trattenuta ha invaso i loro gesti, la loro voce, i loro occhi. Urlavano garrule e stizzite come uccellacci del mesozoico. Se la sono presa perfino con me che ho avuto il torto di assistere alla scena rimanendo impassibile, o meglio: compiaciuto.

La due vecchie si chiamano Orlandi e Pozzi.

«E lei, signor Perez, non dice niente?» mi ha detto la "signora" Orlandi, furiosa, perché l'altra, nonostante il suo sbraitare, dopo averle risposto per le rime, non la considerava più, anzi le faceva il verso.

«Cosa vuole che dica?»

«Avrà visto, no? Avrà visto che c'ero io e che appena mi sono alzata la signora Pozzi si è subito seduta al mio posto.»

«Io non ho visto niente» ho risposto pensando a come sarebbe stato bello dirlo con la cadenza siciliana, se ne fossi stato capace.

«Ah, non ha visto niente? Ha visto benissimo invece, non può non aver visto, sorrideva pure!»

«Va bene, ho visto, e allora?»

«Come, e allora? Glielo dica, glielo dica alla direttrice.»

«Ma cosa le devo dire, scusi?»

«Che ho ragione io, che la signora Pozzi si deve alzare im-me-dia-ta-men-te!»

Tutto questo mentre la signora Pozzi, stravaccata sulla poltrona, con gli occhi incollati a una rivista commentava ad alta voce un articolo sull'amore tra Carlo e Camilla.

«Ma cosa vuole che mi interessi chi ha ragione, chissenefrega delle vostre beghe.»

«Maleducato, lei è un gran maleducato lo sa?»

«Lo so.»

A quel punto la Pozzi con un gesto di aristocratica superiorità si è alzata e ha detto:

«Lasci perdere signor Perez, era una pescivendola e pescivendola è rimasta».

«Ha parlato la regina d'Inghilterra!» ha urlato la Orlandi, «ne ho sapute sul suo conto, ne ho saputo delle belle… lo sapete come la chiamavano, lo sapete, eh?… la chiamavano Nave scuola!»

Schiavone, si è materializzato all'istante rizzando le orecchie. La signora Pozzi sempre con quella sua aria di nobile distacco non ha replicato alla provocazione, e ha detto ancora:

«Si sieda, si sieda pure e ci schiatti su quella sedia».

«No, non mi siedo, le piacerebbe eh? Ora non mi ci siedo più.»

Poi è restato soltanto un silenzio carico di tensioni, e quella sedia vuota. Ci si è seduto un demente, un'ora più tardi, così, per caso; le due vecchie l'hanno guardato, e non gli hanno detto niente. A cena Elena mi ha chiesto: «Secondo te chi aveva ragione?».

Le ho sussurrato una frase che mi è venuta in mente, un vecchio modo di dire che ripetevo spesso da bambino: "Chi va arrosto perde il posto".

«Giusto» mi ha detto Elena, «e poi tra i due litiganti il terzo gode».

Abbiamo riso, ed era tanto che non mi succedeva.
Da vecchi le priorità si stravolgono, le esigenze si riducono all'essenziale, i gesti naturalissimi di un tempo diventano un impegno gravoso, allora è normale che una poltrona davanti al cesso finisca per essere il fine ultimo dell'esistenza. Ma che vita è? È più dignitoso farsela addosso che vivere per evitarlo. Eppure non ho mai visto nessuno così aggrappato alla vita, così attento al minimo dolore come certi vecchi di qui. Aspettano quella farsa di visita quotidiana a cui ci sottopongono con la trepidazione di quindicenni al primo appuntamento. Iniezioni, medicine e purghe sono i loro oggetti del desiderio. La distratta misurazione della pressione è un rito più sacro della Messa. Solo in questo certi vecchi differiscono dai bambini che furono. I bambini hanno paura delle medicine, i vecchi le esigono.
I medici arrivano, con quel loro camice bianco, ti domandano ma non ti chiedono, ti guardano ma non ti vedono, ti parlano ma non ti sentono. Ti visitano, questo sì, se è proprio il caso, ma hanno fretta, fanno presto. Ogni tanto si arrabbiano quando qualcuna è più petulante, più spesso però si trattengono, dicono "non si preoccupi", "stia tranquilla", "mangi di più", "le do io una medicina che le farà passare tutto", e magari la vecchia vorrebbe solo spiegarsi, comunicare se non proprio uno stato d'animo almeno un pensiero compiuto, dire una cosa con calma, ma loro sorridono sfuggenti, elargiscono paterni una leggera carezza e se ne vanno da un altro a recitare la stessa commedia. Hanno ragione però, sono fin troppo pazienti. Quando pretendi che un tuo simile sia umanamente interessato alla tua stitichezza, e lo pretendi tutti i giorni, anche quando l'hai "fatta" perché non ti sembra di averne fatta abbastanza, e per di più sei un vecchio, il minimo che si possa ricevere è un sorriso sfuggente, una leggera carezza e una medicina che ti farà passare tutto, vale a dire che ti manderà a cagare.

Qualche vecchio di qui, però, se ne frega dei medici e delle medicine. Ci sono alcuni personaggi periferici talmente ottenebrati dalla vecchiaia che la vecchiaia nemmeno li sfiora. Vite che si consumano come le macchine accatastate nei parcheggi degli sfasciacarrozze. Esseri umani da rottamare. Dove li mettono stanno, non fanno richieste, aspettano. Anzi neppure quello. L'attesa richiede una partecipazione emotiva che loro non hanno. Ogni giorno osservano inermi il trafficare degli infermieri sul loro corpo come fosse il corpo di un altro.

Ci sono tre donne che vagano senza meta vestite di tutto punto, con la borsetta in mano, pronte per uscire. Anime in pena in questo purgatorio sulla Terra. Recalcitranti a ogni sedativo, attendono un improbabile figlio o marito o perfino la madre che venga e le porti a casa. Scappano, quando ci riescono.

C'è n'è una in particolare che soffre più di tutte. Si chiama Fritz, e già quel nome è un segno del destino, direi un presagio. Dalle otto di mattina fino alle otto di sera non si ferma mai. Cammina avanti e indietro per il corridoio o per il salone e chiede a tutti se per caso hanno visto la figlia.

«Per caso ha visto mia figlia?… Per caso ha visto mia figlia?… Per caso ha visto mia figlia?… Per caso ha visto mia figlia?» Nessuno le risponde più, ormai, ma lei dice lo stesso grazie e dopo un po' lo domanda ancora, anche alla stessa persona, se la incontra di nuovo. Nessuno può aver visto la figlia perché è morta sessant'anni fa.

Un giorno, ero qui da poco più di un mese, mi sono accorto che la signora Fritz, approfittando inconsapevolmente della disattenzione del personale, aveva guadagnato l'uscita. Era entrata con naturalezza nell'ascensore e, credo in modo del tutto casuale, aveva schiacciato il pulsante del piano terra.

Ho pensato di avvisare, di gridare di fermarla, ma poi ho taciuto, regalandole quell'assurda libertà.
L'hanno trovata di sera, stanca e infreddolita, appoggiata a un muretto che guardava il Tevere proprio di fronte alla casa dove abitava da ragazza. L'ha riconosciuta una sua vecchia compagna di scuola, una che da non so quanto tempo non la vedeva e che viveva ancora a Trastevere. Poi si è saputo che dentro a quel fiume, forse proprio in quel punto, si era buttata la figlia adolescente.

Il giorno dopo la signora Fritz vagava ancora senza meta, attanagliata da un'ansia incontenibile, vestita di tutto punto, con la borsetta in mano, pronta per uscire e chiedeva a tutti se per caso avevano visto la figlia. Che pena mi fa.


Lorenzo Licalzi
"Che cosa ti aspetti da me" - Rizzoli
vivamente consigliati dello stesso autore: 'Non so' e 'Io no'
e poi anche tutti gli altri

d.

lunedì 5 novembre 2007

low profile. per tutti

sabato alle quattro emmezza partiamo, in ritardo per colpa mia, in direzione bologna, cantina bentivoglio. siamo io, ale, ago, ste e fast. c'è un sole in cielo che scalda ovunque. mi dicono che aspettavano me per sentire un po' di bella musica dal mio ipod. invece no, ste ha portato il suo: tom waits, paolo conte, capossela e battisti. andata e ritorno.
e io dietro, nell'ultimo sedile di una monovolume, all'angolo destro, sulla ruota, avvolta da mille cappotti e incastrata tra un contrabbasso e un reggichitarre (un pericolosissimo, reggichitarre).
non ci metto molto a farmi avvolgere dall'autunno caldo che c'è fuori, dal fumo, dalla voce di waits, e da quella di ste che lo imita, dalle risate di ale, dalle bestemmie di fast e dalle massime di vita di ago. chiudo gli occhi e mi addormento. mi risveglio poco dopo e quasi non riesco a deglutire. mi sento la gola grossa, mi fa male solo a sfiorare le tonsille. ste, una volta arrivati, mi conferma che ho due malefiche placche in gola.

la cantina bentivoglio è davvero un posto molto bello.
ci fermiamo fuori mezzi stupiti dalla locandina fatta per stefano e la band, e per il programma in cartellone: spinetti e magoni, paolo fresu… tessadri. bel colpo questo, davvero.
sono tutti molto gentili, e una volta fatto un rapido sound check, il proprietario comincia a parlare con ago di un certo jimmy.
ora, sentire parlare un bolognese e un calabrese di uno che si chiama jimmy mi ha fatto molto film noir. jimmy viene spesso alla cantina bentivoglio, anche a suonare. sotto falso nome però (cazzo, non si chiamerà per davvero 'jimmy'?).
jimmy è un fenomeno (no alle facili battute, grazie), è simpaticissimo.. dicono loro.
poi mi guardano. in quattro. mi vedono vagamente inebetita e pensierosa.
"hai capito di chi stanno parlando vero?".
"no, chi è 'sto jimmy?"
"jimmy villotti"
"non è vero"
"si, viene spesso qui, l'abbiamo anche rivisto l'ultima volta a livorno, al ciampi. presentava il suo libro"
"ma va'"

ci sediamo per la cena, il locale è già pieno.
caffè, grappa. usciamo per l'ultima sigaretta prima del concerto.
stefano, fast ed ago salgono sul palco.stefano inizia alla grande, il pubblico, anche se un po' freddino e lì per ascoltare musica di sottofondo, apprezza, applaude, si diverte.
fast sorride con stefano. ago ogni volta che passa la cameriera bionda, guarda me e ale e tira fuori la lingua facendo di tutto.
dopo cinquanta minuti si fa una pausa. ago e fast escono a fumare. io, ale e ste rimaniamo al tavolo.
di ritorno ago dice:
"hai visto, c'è jimmy"
"non è vero", risponde ste
"si si, ha detto anche che viene su a fare un pezzo con noi"
ma questa si capisce subito che è una cazzata. la prima invece…
jimmy arriva. si siede al nostro tavolo con in mano una grappa. si leva la giacca e saluta tutti.
mi guarda e si presenta. io stringo forte quella mano. proprio forte.
comincia a parlare. si parla del ciampi, si parla di guccini, si parla della musica.. non di musica, della, musica.
dice poi una cosa verissima. che è meglio tenere un profilo basso nella vita. che non vuol dire essere umili. solo farsi i fatti propri...
pagherei di tasca mia una pubblicità progresso per promuovere questo concetto. tant'è…

stefano risale e fa due brani al pianoforte. lo raggiungono fast e ago, ed è il momento della cover di de andré. dopo un altro paio di brani, è la volta della cover di paolo conte, 'via con me'.
stefano la suona, la canta, fast e visibilmente emozionato di suonarla con di fronte villotti.
ago cerca il fondoschiena della cameriera e soffia dentro al suo basso tuba.
villotti guarda, poi ogni tanto guarda me e ale. sorride.

il concerto finisce. torniamo fuori a fumare tra i complimenti dei presenti, di jimmy e del proprietario della cantina.
vado in bagno. sento aprire la porta e qualcuno entra in quello degli uomini.
probabilmente pensa di essere solo perché comincia a cantare una canzone d'amore d'altri tempi. mentre mi lavo le mani riconosco la voce.. c'ho parlato un attimo prima. è jimmy.
mi guardo nello specchio e mi viene da ridere. anzi, rido proprio.
esco e lo incrocio. si mette a ridere anche a lui, mi dice che non sapeva fossi in bagno anche io, e che la canzone che stava cantando si intitola 'la canzone dello sciacquone'.
rido ancora, praticamente ho le gote sopra la fronte. mi capita così quando sono imbarazzata, emozionata e felice tuttassieme.
usciamo insieme dal bagno e mi dice che mi è andata bene, perché di solito gli ometti in bagno da soli si lasciano andare a spiacevoli sonorità. io, piena di grappa fino agli occhi, gli rispondo di non preoccuparsi affatto, che tanto noi donnine facciamo tanto le fighette ma in realtà siamo peggio dei maschietti, in certe situazioni.
'sta volta è lui ad essere mezzo imbarazzato e divertito. mi guarda, mi fa un largo sorriso e mentre, fuori dal bagno, ognuno prende la sua strada, mi dice: "sei forte".
io sorrido, abbasso la testolina di cazzo che mi ritrovo e rido. fino a fuori. dove trovo ale e ste che vanno avanti a fumare. glielo racconto. gli racconto che per jimmi io sono forte.


smontiamo il palco, mettiamo tutto sotto i portici, il tempo di un ultimo sorso mentre si carica la monovolume e poi torniamo dentro a salutare.
jimmy è seduto ad un tavolo con il proprietario. si vede che sono amici da tempo.
lui ha davanti un piatto di gamberoni davvero invitante.
sarà l'una passata.
ci stringiamo intorno al tavolo, salutiamo entrambi. jimmy ci ringrazia di averli interrotti perché stavano cominciando a parlare di sacre scritture e probabilmente sarebbero andati avanti per ore. saluto il proprietario.
saluto jimmy, per ultima.
mi guarda, si mette di nuovo a ridere e mi dice: "ricordati quello che ti ho detto prima".

ora. non mi interessa che quel 'sei forte' me l'ha detto così a caso, come prima cosa che gli è venuta in mente, fuori da un bagno e in preda ad una situazione mezza imbarazzante.
non mi importa nemmeno che quel 'ricordati quello che ti ho detto prima' è stata senz'altro una frase da signore, spinta dalla circostanza.
mi importa soltanto togliermi queste piccolissime e personalissime soddisfazioni.
raccontarle, romanzarle.. a mio modo, e quindi male.
Ma, così è se vi pare.. e a me pare proprio di si.

 d.


frase del giorno (di quel giorno, sabato 3 novembre).
autore ed interprete della frase: ago
"a quella se gli dai la minchia devi chiamare i carabinieri per fartela restituire"


grazie

mercoledì 31 ottobre 2007

panic in the streets of milano

-perché almeno adesso ho un motivo per condividerla con voi:
pierino! la parola 'errore' si scrive con due r, non con una". "ma.. se la scrivo con due r che errore è?!?


-perchè entrata in ufficio ho scoperto che il mio pc è insalvabile. mi è esploso l'alimentatore un mese fa e ho perso tre anni di mail, documenti, contatti e foto salvate al lavoro
-risvolto positivo non pervenuto


-perché sono stata chiamata dal capo in ufficio del capo e mentre ero lì mi è caduto l'occhio (e poi tutto il resto) su un Q molto datato con in copertina damon albarn.. e ho di nuovo perso la testa per lui
-perché il capo voleva chiedermi un parere e non mi doveva rimproverare


-perché ho finito dieci minuti fa di mangiare un panino iniziato un'ora, fa
perché quel panino l'ho preso al bar tristeza (pronunciato in spagnolo.. e che non si chiama così.. ma se tra colleghi il soprannome che gli si è dato è questo, un motivo ci sarà..).
perché il paninaro del tristeza, nel momento in cui mi ha vista entrare, ha preso un panino che avrò mangiato si è no 5 volte in 1 mese ed era già pronto a scaldarmelo dicendo la frase "il solito?".
perché odio pensare che il paninaro mi reputi prevedibile.
perché odio dover tenere conto anche del paninaro: e no cazzo, oggi, anche se avrei avuto voglia di quel panino, me ne prendo un altro e son cazzi tuoi. e non mi dire più "il solito?", perché l'età adolescenziale in cui speravo che prima o poi entrando in un bar qualcuno me lo dicesse, è finita. da poco, ma è finita!
-perché mentre stavo pagando il panino e guardavo in cagnesco il barista mi sono voltata e sul tavolino c'era la gazza aperta. e al centro c'era il faccione di lapo elkan con la scritta "milano è raggiante. lapo è presidente". e ho riso per un quarto d'ora. ma in pochi capiranno


-perché mi ha chiamata l'adecco  per dirmi che il mio curriculum è fermo al 2003 e mi ha riportato alla memoria che ho fatto per due settimane l'operaia.
-perché non mi importa aver fatto l'operaia, anzi, mi importa essermi ricordata di come mi sono causata una tendinite al pettorale destro. ho ancora male ed è inguaribile


-perché mi sono ricordata dei miei ex colleghi e delle risate che mi hanno fatto fare
-perché non li ho più richiamati una volta tolte le scarpe antinfortunistiche e i guanti

-perché il bepi mi ha fatto mettere il disco dei radiohead (ed io muoio su "weird fishes", "faust arp" e "videotape")
-perché questo è sia positivo sia negativo


-perché ho un sonno boia       
-perché il panz arriva sempre al momento giusto con un caffè in mano


-perché manca ancora troppo alla fine di questa giornata.
-perché quando uscirò dalla redazione spero di incontrare la ragazza dall'ipod fucsia, dal cellularino pink, dalle ballerine lilla… e - sperando che la tendinite al pettorale non faccia brutti scherzi – spero di riempirla di gomitate sfogliando le pagine della gazza (rigorosamente in tinta con la fanciulla).

d.

lunedì 29 ottobre 2007

be’.. va be’

non avrei mai pensato di riaprire il blog.
semplicemente non avrei mai pensato di farlo citando federico fiumani.
ora.. i diaframma mi sono sempre piaciuti, soprattutto "siberia" (evvabe' lo so..), ma fiumani come personaggio in se non mi ha mai investita. tant'è..
sto leggendo il suo ultimo libro, il secondo, "brindando coi demoni".
è divertente, veloce e facile da leggere. un libro da sfogliare, leggere qua e là.
è curioso quando parla degli altri artisti, quelli della scena indipendente.
eheh.. ne ha una per tutti. il più delle volte sono cose carine: ricordi simpatici, affettuosi.
su altri, invece, spara a zero.
mi fa scuotere la testa sorridendo.. come se a scrivere quelle parole fosse un mio amico.
in alcuni passaggi mi fa una certa tenerezza, in altri lo trovo ridicolo, specie quando parla delle sue storie di sesso.
non penso gli farebbe piacere sapere che una qualunque la pensa così del suo libro.. probabilmente c'ha messo dentro tutto se stesso.
ma son pur sempre una qualunque, perciò.. cazzi suoi.

un altro che con me non ha mai attaccato è alex infascelli.
l'ho visto alla presentazione del libro sui videoclip di domenico liggeri - non mi ricordo il titolo, so che però erano parecchi mesi fa, tipo febbraio.
era, infascelli, alla conferenza stampa insieme a andy dei bluvertigo (meno male): entrambi erano sul palchetto con liggeri, sembravano gli angeli custodi.
infascelli non mollava mai il microfono. in uno dei suoi ultimi interventi, fuori luogo come la metà dei precedenti, girandosi tra le mani il volume sulla storia dei videoclip, ha detto una cosa tipo: "ma si, questo libro è bello perchè puoi leggerlo quando vuoi. è bello da sfogliare, puoi saltare da una pagina all'altra e trovi sempre qualcosa di interessante. io per esempio lo tengo in bagno. lo leggo tra una seduta e l'altra".
ecco: ora quando mi capita in mano un libro da sfogliare o da "leggere qua e là" mi viene in mente alex infascelli. in bagno.


lo so, ho aperto una parentesi lunghissima.
non sono portata per tenere un blog.
motivo per cui non ne ho mai portato avanti seriamente uno.
anzi, di recente ho anche preso in giro un amico per delle frasi sul suo, di blog.
che stronza. e poi non ho la grazia della sintesi. ma tant'è..


la citazione di fiumani è
"se non pensassi le cose diverse da quelle che sono impazzirei"


(..bernini hai creato un mostro.. eheh)

d.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...