venerdì 23 novembre 2007

il frutto del peccato

Salgo in metro, come tutte le mattina. Linea verde.

Qualche fermata dopo fa l'ingresso nel vagone in cui sto io una ragazza bionda, graziosa, con un colbacco di pelo azzurro (giuro) e uno zainetto, Luis Vuitton.

Si mette in un angolo, si siede composta e prosegue indisturbata la lettura del suo libro: Silvio Muccino e Carla Vangelisti con "Parlami d'amore".

Ad un certo punto poggia il libro sulle gambe e dallo zaino (e che zaino), estrae una mela e apre un pacchettino. Comincia a mangiarla, quella mela.

L'addenta bene. Senza sporcarsi. Con classe. Con un "crock" da mela che a me non esce mai.


Poi tira fuori dal pacchettino un crecker integrale (buono integrale, sano intergrale.. sempre intergrale!).

Alterna un morso di mela con un morso di cracker: non sbriciola, non si sporca, non mangia insieme i peli della sciarpa, continua a leggere il libro, e non lo sporca nemmeno, il libro.


Finisce il frutto del peccato, mangiandolo anche alle estremità, dove è difficile addentarlo in modo elegante, perché devi torcere ciò che ti rimane del frutto e va a finire sempre che ti sporchi il naso mentre lo mordi in verticale.


Ma lei no.

Eva finisce il suo pranzo salutare in tre-quattro fermate.

Non ha nemmeno bisogno di pulirsi la bocca e non le vengono nemmeno gli angoli della labbra arrossati, che a me invece si presentano al primo morso.

E' perfetta.

Bardata nel suo cappottone, nel suo colbacco, nella sua sciarpona.

Ed è senza briciole.


Ed io?
Ed io sono una sfigata.


Primo perché continuo ad osservarla e mi accorgo che sto facendo delle smorfie di dolore ed invidia.

Secondo perché anche quando mangio una caramella riesco per fare danni.

Lo zucchero mi si appiccica sulle labbra, prima di portarla alla bocca prendo dentro la sciarpa e mangio mille peli, e mentre la mastico la bocca mi si riempie di saliva e devo stare attenta ad aprirla.



Se mangiare una caramella mi provoca disturbi in ambito sociale, pensate cosa potrebbe accadermi se provassi ad addentare una mela in metropolitana: mi si incastrerebbero negli incisivi parti della buccia che solo dopodomani riuscirei a togliere, mi partirebbe lungo il labbro un rivolino di succo di mela, mi cadrebbero delle gocce sulla mia amata sciarpa pelosa e altre scivolerebbero invece lungo il polso, arrivandomi fino al gomito.. E poi brucia, quel maledetto succo brucia!



Non voglio pensare cosa mi potrebbe accadere se mangiassi anche solo un cracker.. INTEGRALE POI!!

d.

giovedì 15 novembre 2007

che cosa ti aspetti da me?

"Mi aspetto che tu non mi chieda che cosa mi aspetto da te"

Lorenzo Licalzi



letto tempo fa. mai dimenticato. se avete tempo, un pezzetto qui per voi.

La poltrona vicino al bagno

In questa casa di riposo va in scena ogni giorno la parodia delle bassezze umane, che la vecchiaia, come un regista maledetto, esalta fino alla massima potenza. L'apice della meschinità è la disputa per la conquista dei posti strategici. Non c'è paragone con l'altra, quella per farsi portare a letto per primi, quella in fondo è una gara, con degli obiettivi squallidi fin che si vuole ma pur sempre una gara combattuta alla luce del sole, questa invece ufficialmente non esiste, è sotterranea. In quella vince il più forte, il più prepotente, in questa il più subdolo, il più meschino, appunto. Ci sono due vecchie, ad esempio, che si battono ogni giorno da un anno per accaparrarsi la poltrona vicino al bagno. Così se gli scappa, e gli scappa spesso, arrivano subito senza rischiare. È una lotta sfiancante. Certe volte alle sei di mattina una delle due è già lì seduta. Ma è solo l'inizio della grande battaglia quotidiana. I pasti le costringono ad abbandonare per una mezzora l'ambita postazione, e così dopo pranzo la guerra ricomincia. È uno spettacolo – per chi lo sa apprezzare – vedere come si ingozzano per finire di mangiare il più presto possibile, gli sguardi obliqui che si lanciano. Sembrano centometriste in attesa del via. Ogni tanto, la meno ingorda, con una mossa a sorpresa rifiuta il dolce, abbandona furtiva la sala e si siede trionfante. Una volta, la più sleale non ha rispettato quello che deve essere una sorta di codice deontologico che si sono date: chi si alza solo per andare in bagno mantiene il possesso della poltrona momentaneamente libera. Anzi, più che un codice deontologico deve essere una necessità che nasce dal fatto di evitare gli imbarazzanti avvicendamenti cui viceversa sarebbero sottoposte, visto che vanno in bagno almeno venti volte al giorno. Ebbene quella volta, per la prima volta, hanno litigato ferocemente. Mesi di frustrazioni accumulate giorno per giorno si sono liberate nel giro di pochi minuti e la gentilezza ipocrita dei loro rapporti formali ha ceduto di schianto sotto la pressione dirompente dell'odio. La diga è crollata. L'acredine a lungo trattenuta ha invaso i loro gesti, la loro voce, i loro occhi. Urlavano garrule e stizzite come uccellacci del mesozoico. Se la sono presa perfino con me che ho avuto il torto di assistere alla scena rimanendo impassibile, o meglio: compiaciuto.

La due vecchie si chiamano Orlandi e Pozzi.

«E lei, signor Perez, non dice niente?» mi ha detto la "signora" Orlandi, furiosa, perché l'altra, nonostante il suo sbraitare, dopo averle risposto per le rime, non la considerava più, anzi le faceva il verso.

«Cosa vuole che dica?»

«Avrà visto, no? Avrà visto che c'ero io e che appena mi sono alzata la signora Pozzi si è subito seduta al mio posto.»

«Io non ho visto niente» ho risposto pensando a come sarebbe stato bello dirlo con la cadenza siciliana, se ne fossi stato capace.

«Ah, non ha visto niente? Ha visto benissimo invece, non può non aver visto, sorrideva pure!»

«Va bene, ho visto, e allora?»

«Come, e allora? Glielo dica, glielo dica alla direttrice.»

«Ma cosa le devo dire, scusi?»

«Che ho ragione io, che la signora Pozzi si deve alzare im-me-dia-ta-men-te!»

Tutto questo mentre la signora Pozzi, stravaccata sulla poltrona, con gli occhi incollati a una rivista commentava ad alta voce un articolo sull'amore tra Carlo e Camilla.

«Ma cosa vuole che mi interessi chi ha ragione, chissenefrega delle vostre beghe.»

«Maleducato, lei è un gran maleducato lo sa?»

«Lo so.»

A quel punto la Pozzi con un gesto di aristocratica superiorità si è alzata e ha detto:

«Lasci perdere signor Perez, era una pescivendola e pescivendola è rimasta».

«Ha parlato la regina d'Inghilterra!» ha urlato la Orlandi, «ne ho sapute sul suo conto, ne ho saputo delle belle… lo sapete come la chiamavano, lo sapete, eh?… la chiamavano Nave scuola!»

Schiavone, si è materializzato all'istante rizzando le orecchie. La signora Pozzi sempre con quella sua aria di nobile distacco non ha replicato alla provocazione, e ha detto ancora:

«Si sieda, si sieda pure e ci schiatti su quella sedia».

«No, non mi siedo, le piacerebbe eh? Ora non mi ci siedo più.»

Poi è restato soltanto un silenzio carico di tensioni, e quella sedia vuota. Ci si è seduto un demente, un'ora più tardi, così, per caso; le due vecchie l'hanno guardato, e non gli hanno detto niente. A cena Elena mi ha chiesto: «Secondo te chi aveva ragione?».

Le ho sussurrato una frase che mi è venuta in mente, un vecchio modo di dire che ripetevo spesso da bambino: "Chi va arrosto perde il posto".

«Giusto» mi ha detto Elena, «e poi tra i due litiganti il terzo gode».

Abbiamo riso, ed era tanto che non mi succedeva.
Da vecchi le priorità si stravolgono, le esigenze si riducono all'essenziale, i gesti naturalissimi di un tempo diventano un impegno gravoso, allora è normale che una poltrona davanti al cesso finisca per essere il fine ultimo dell'esistenza. Ma che vita è? È più dignitoso farsela addosso che vivere per evitarlo. Eppure non ho mai visto nessuno così aggrappato alla vita, così attento al minimo dolore come certi vecchi di qui. Aspettano quella farsa di visita quotidiana a cui ci sottopongono con la trepidazione di quindicenni al primo appuntamento. Iniezioni, medicine e purghe sono i loro oggetti del desiderio. La distratta misurazione della pressione è un rito più sacro della Messa. Solo in questo certi vecchi differiscono dai bambini che furono. I bambini hanno paura delle medicine, i vecchi le esigono.
I medici arrivano, con quel loro camice bianco, ti domandano ma non ti chiedono, ti guardano ma non ti vedono, ti parlano ma non ti sentono. Ti visitano, questo sì, se è proprio il caso, ma hanno fretta, fanno presto. Ogni tanto si arrabbiano quando qualcuna è più petulante, più spesso però si trattengono, dicono "non si preoccupi", "stia tranquilla", "mangi di più", "le do io una medicina che le farà passare tutto", e magari la vecchia vorrebbe solo spiegarsi, comunicare se non proprio uno stato d'animo almeno un pensiero compiuto, dire una cosa con calma, ma loro sorridono sfuggenti, elargiscono paterni una leggera carezza e se ne vanno da un altro a recitare la stessa commedia. Hanno ragione però, sono fin troppo pazienti. Quando pretendi che un tuo simile sia umanamente interessato alla tua stitichezza, e lo pretendi tutti i giorni, anche quando l'hai "fatta" perché non ti sembra di averne fatta abbastanza, e per di più sei un vecchio, il minimo che si possa ricevere è un sorriso sfuggente, una leggera carezza e una medicina che ti farà passare tutto, vale a dire che ti manderà a cagare.

Qualche vecchio di qui, però, se ne frega dei medici e delle medicine. Ci sono alcuni personaggi periferici talmente ottenebrati dalla vecchiaia che la vecchiaia nemmeno li sfiora. Vite che si consumano come le macchine accatastate nei parcheggi degli sfasciacarrozze. Esseri umani da rottamare. Dove li mettono stanno, non fanno richieste, aspettano. Anzi neppure quello. L'attesa richiede una partecipazione emotiva che loro non hanno. Ogni giorno osservano inermi il trafficare degli infermieri sul loro corpo come fosse il corpo di un altro.

Ci sono tre donne che vagano senza meta vestite di tutto punto, con la borsetta in mano, pronte per uscire. Anime in pena in questo purgatorio sulla Terra. Recalcitranti a ogni sedativo, attendono un improbabile figlio o marito o perfino la madre che venga e le porti a casa. Scappano, quando ci riescono.

C'è n'è una in particolare che soffre più di tutte. Si chiama Fritz, e già quel nome è un segno del destino, direi un presagio. Dalle otto di mattina fino alle otto di sera non si ferma mai. Cammina avanti e indietro per il corridoio o per il salone e chiede a tutti se per caso hanno visto la figlia.

«Per caso ha visto mia figlia?… Per caso ha visto mia figlia?… Per caso ha visto mia figlia?… Per caso ha visto mia figlia?» Nessuno le risponde più, ormai, ma lei dice lo stesso grazie e dopo un po' lo domanda ancora, anche alla stessa persona, se la incontra di nuovo. Nessuno può aver visto la figlia perché è morta sessant'anni fa.

Un giorno, ero qui da poco più di un mese, mi sono accorto che la signora Fritz, approfittando inconsapevolmente della disattenzione del personale, aveva guadagnato l'uscita. Era entrata con naturalezza nell'ascensore e, credo in modo del tutto casuale, aveva schiacciato il pulsante del piano terra.

Ho pensato di avvisare, di gridare di fermarla, ma poi ho taciuto, regalandole quell'assurda libertà.
L'hanno trovata di sera, stanca e infreddolita, appoggiata a un muretto che guardava il Tevere proprio di fronte alla casa dove abitava da ragazza. L'ha riconosciuta una sua vecchia compagna di scuola, una che da non so quanto tempo non la vedeva e che viveva ancora a Trastevere. Poi si è saputo che dentro a quel fiume, forse proprio in quel punto, si era buttata la figlia adolescente.

Il giorno dopo la signora Fritz vagava ancora senza meta, attanagliata da un'ansia incontenibile, vestita di tutto punto, con la borsetta in mano, pronta per uscire e chiedeva a tutti se per caso avevano visto la figlia. Che pena mi fa.


Lorenzo Licalzi
"Che cosa ti aspetti da me" - Rizzoli
vivamente consigliati dello stesso autore: 'Non so' e 'Io no'
e poi anche tutti gli altri

d.

lunedì 5 novembre 2007

low profile. per tutti

sabato alle quattro emmezza partiamo, in ritardo per colpa mia, in direzione bologna, cantina bentivoglio. siamo io, ale, ago, ste e fast. c'è un sole in cielo che scalda ovunque. mi dicono che aspettavano me per sentire un po' di bella musica dal mio ipod. invece no, ste ha portato il suo: tom waits, paolo conte, capossela e battisti. andata e ritorno.
e io dietro, nell'ultimo sedile di una monovolume, all'angolo destro, sulla ruota, avvolta da mille cappotti e incastrata tra un contrabbasso e un reggichitarre (un pericolosissimo, reggichitarre).
non ci metto molto a farmi avvolgere dall'autunno caldo che c'è fuori, dal fumo, dalla voce di waits, e da quella di ste che lo imita, dalle risate di ale, dalle bestemmie di fast e dalle massime di vita di ago. chiudo gli occhi e mi addormento. mi risveglio poco dopo e quasi non riesco a deglutire. mi sento la gola grossa, mi fa male solo a sfiorare le tonsille. ste, una volta arrivati, mi conferma che ho due malefiche placche in gola.

la cantina bentivoglio è davvero un posto molto bello.
ci fermiamo fuori mezzi stupiti dalla locandina fatta per stefano e la band, e per il programma in cartellone: spinetti e magoni, paolo fresu… tessadri. bel colpo questo, davvero.
sono tutti molto gentili, e una volta fatto un rapido sound check, il proprietario comincia a parlare con ago di un certo jimmy.
ora, sentire parlare un bolognese e un calabrese di uno che si chiama jimmy mi ha fatto molto film noir. jimmy viene spesso alla cantina bentivoglio, anche a suonare. sotto falso nome però (cazzo, non si chiamerà per davvero 'jimmy'?).
jimmy è un fenomeno (no alle facili battute, grazie), è simpaticissimo.. dicono loro.
poi mi guardano. in quattro. mi vedono vagamente inebetita e pensierosa.
"hai capito di chi stanno parlando vero?".
"no, chi è 'sto jimmy?"
"jimmy villotti"
"non è vero"
"si, viene spesso qui, l'abbiamo anche rivisto l'ultima volta a livorno, al ciampi. presentava il suo libro"
"ma va'"

ci sediamo per la cena, il locale è già pieno.
caffè, grappa. usciamo per l'ultima sigaretta prima del concerto.
stefano, fast ed ago salgono sul palco.stefano inizia alla grande, il pubblico, anche se un po' freddino e lì per ascoltare musica di sottofondo, apprezza, applaude, si diverte.
fast sorride con stefano. ago ogni volta che passa la cameriera bionda, guarda me e ale e tira fuori la lingua facendo di tutto.
dopo cinquanta minuti si fa una pausa. ago e fast escono a fumare. io, ale e ste rimaniamo al tavolo.
di ritorno ago dice:
"hai visto, c'è jimmy"
"non è vero", risponde ste
"si si, ha detto anche che viene su a fare un pezzo con noi"
ma questa si capisce subito che è una cazzata. la prima invece…
jimmy arriva. si siede al nostro tavolo con in mano una grappa. si leva la giacca e saluta tutti.
mi guarda e si presenta. io stringo forte quella mano. proprio forte.
comincia a parlare. si parla del ciampi, si parla di guccini, si parla della musica.. non di musica, della, musica.
dice poi una cosa verissima. che è meglio tenere un profilo basso nella vita. che non vuol dire essere umili. solo farsi i fatti propri...
pagherei di tasca mia una pubblicità progresso per promuovere questo concetto. tant'è…

stefano risale e fa due brani al pianoforte. lo raggiungono fast e ago, ed è il momento della cover di de andré. dopo un altro paio di brani, è la volta della cover di paolo conte, 'via con me'.
stefano la suona, la canta, fast e visibilmente emozionato di suonarla con di fronte villotti.
ago cerca il fondoschiena della cameriera e soffia dentro al suo basso tuba.
villotti guarda, poi ogni tanto guarda me e ale. sorride.

il concerto finisce. torniamo fuori a fumare tra i complimenti dei presenti, di jimmy e del proprietario della cantina.
vado in bagno. sento aprire la porta e qualcuno entra in quello degli uomini.
probabilmente pensa di essere solo perché comincia a cantare una canzone d'amore d'altri tempi. mentre mi lavo le mani riconosco la voce.. c'ho parlato un attimo prima. è jimmy.
mi guardo nello specchio e mi viene da ridere. anzi, rido proprio.
esco e lo incrocio. si mette a ridere anche a lui, mi dice che non sapeva fossi in bagno anche io, e che la canzone che stava cantando si intitola 'la canzone dello sciacquone'.
rido ancora, praticamente ho le gote sopra la fronte. mi capita così quando sono imbarazzata, emozionata e felice tuttassieme.
usciamo insieme dal bagno e mi dice che mi è andata bene, perché di solito gli ometti in bagno da soli si lasciano andare a spiacevoli sonorità. io, piena di grappa fino agli occhi, gli rispondo di non preoccuparsi affatto, che tanto noi donnine facciamo tanto le fighette ma in realtà siamo peggio dei maschietti, in certe situazioni.
'sta volta è lui ad essere mezzo imbarazzato e divertito. mi guarda, mi fa un largo sorriso e mentre, fuori dal bagno, ognuno prende la sua strada, mi dice: "sei forte".
io sorrido, abbasso la testolina di cazzo che mi ritrovo e rido. fino a fuori. dove trovo ale e ste che vanno avanti a fumare. glielo racconto. gli racconto che per jimmi io sono forte.


smontiamo il palco, mettiamo tutto sotto i portici, il tempo di un ultimo sorso mentre si carica la monovolume e poi torniamo dentro a salutare.
jimmy è seduto ad un tavolo con il proprietario. si vede che sono amici da tempo.
lui ha davanti un piatto di gamberoni davvero invitante.
sarà l'una passata.
ci stringiamo intorno al tavolo, salutiamo entrambi. jimmy ci ringrazia di averli interrotti perché stavano cominciando a parlare di sacre scritture e probabilmente sarebbero andati avanti per ore. saluto il proprietario.
saluto jimmy, per ultima.
mi guarda, si mette di nuovo a ridere e mi dice: "ricordati quello che ti ho detto prima".

ora. non mi interessa che quel 'sei forte' me l'ha detto così a caso, come prima cosa che gli è venuta in mente, fuori da un bagno e in preda ad una situazione mezza imbarazzante.
non mi importa nemmeno che quel 'ricordati quello che ti ho detto prima' è stata senz'altro una frase da signore, spinta dalla circostanza.
mi importa soltanto togliermi queste piccolissime e personalissime soddisfazioni.
raccontarle, romanzarle.. a mio modo, e quindi male.
Ma, così è se vi pare.. e a me pare proprio di si.

 d.


frase del giorno (di quel giorno, sabato 3 novembre).
autore ed interprete della frase: ago
"a quella se gli dai la minchia devi chiamare i carabinieri per fartela restituire"


grazie

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...