che cosa ti aspetti da me?

"Mi aspetto che tu non mi chieda che cosa mi aspetto da te"

Lorenzo Licalzi



letto tempo fa. mai dimenticato. se avete tempo, un pezzetto qui per voi.

La poltrona vicino al bagno

In questa casa di riposo va in scena ogni giorno la parodia delle bassezze umane, che la vecchiaia, come un regista maledetto, esalta fino alla massima potenza. L'apice della meschinità è la disputa per la conquista dei posti strategici. Non c'è paragone con l'altra, quella per farsi portare a letto per primi, quella in fondo è una gara, con degli obiettivi squallidi fin che si vuole ma pur sempre una gara combattuta alla luce del sole, questa invece ufficialmente non esiste, è sotterranea. In quella vince il più forte, il più prepotente, in questa il più subdolo, il più meschino, appunto. Ci sono due vecchie, ad esempio, che si battono ogni giorno da un anno per accaparrarsi la poltrona vicino al bagno. Così se gli scappa, e gli scappa spesso, arrivano subito senza rischiare. È una lotta sfiancante. Certe volte alle sei di mattina una delle due è già lì seduta. Ma è solo l'inizio della grande battaglia quotidiana. I pasti le costringono ad abbandonare per una mezzora l'ambita postazione, e così dopo pranzo la guerra ricomincia. È uno spettacolo – per chi lo sa apprezzare – vedere come si ingozzano per finire di mangiare il più presto possibile, gli sguardi obliqui che si lanciano. Sembrano centometriste in attesa del via. Ogni tanto, la meno ingorda, con una mossa a sorpresa rifiuta il dolce, abbandona furtiva la sala e si siede trionfante. Una volta, la più sleale non ha rispettato quello che deve essere una sorta di codice deontologico che si sono date: chi si alza solo per andare in bagno mantiene il possesso della poltrona momentaneamente libera. Anzi, più che un codice deontologico deve essere una necessità che nasce dal fatto di evitare gli imbarazzanti avvicendamenti cui viceversa sarebbero sottoposte, visto che vanno in bagno almeno venti volte al giorno. Ebbene quella volta, per la prima volta, hanno litigato ferocemente. Mesi di frustrazioni accumulate giorno per giorno si sono liberate nel giro di pochi minuti e la gentilezza ipocrita dei loro rapporti formali ha ceduto di schianto sotto la pressione dirompente dell'odio. La diga è crollata. L'acredine a lungo trattenuta ha invaso i loro gesti, la loro voce, i loro occhi. Urlavano garrule e stizzite come uccellacci del mesozoico. Se la sono presa perfino con me che ho avuto il torto di assistere alla scena rimanendo impassibile, o meglio: compiaciuto.

La due vecchie si chiamano Orlandi e Pozzi.

«E lei, signor Perez, non dice niente?» mi ha detto la "signora" Orlandi, furiosa, perché l'altra, nonostante il suo sbraitare, dopo averle risposto per le rime, non la considerava più, anzi le faceva il verso.

«Cosa vuole che dica?»

«Avrà visto, no? Avrà visto che c'ero io e che appena mi sono alzata la signora Pozzi si è subito seduta al mio posto.»

«Io non ho visto niente» ho risposto pensando a come sarebbe stato bello dirlo con la cadenza siciliana, se ne fossi stato capace.

«Ah, non ha visto niente? Ha visto benissimo invece, non può non aver visto, sorrideva pure!»

«Va bene, ho visto, e allora?»

«Come, e allora? Glielo dica, glielo dica alla direttrice.»

«Ma cosa le devo dire, scusi?»

«Che ho ragione io, che la signora Pozzi si deve alzare im-me-dia-ta-men-te!»

Tutto questo mentre la signora Pozzi, stravaccata sulla poltrona, con gli occhi incollati a una rivista commentava ad alta voce un articolo sull'amore tra Carlo e Camilla.

«Ma cosa vuole che mi interessi chi ha ragione, chissenefrega delle vostre beghe.»

«Maleducato, lei è un gran maleducato lo sa?»

«Lo so.»

A quel punto la Pozzi con un gesto di aristocratica superiorità si è alzata e ha detto:

«Lasci perdere signor Perez, era una pescivendola e pescivendola è rimasta».

«Ha parlato la regina d'Inghilterra!» ha urlato la Orlandi, «ne ho sapute sul suo conto, ne ho saputo delle belle… lo sapete come la chiamavano, lo sapete, eh?… la chiamavano Nave scuola!»

Schiavone, si è materializzato all'istante rizzando le orecchie. La signora Pozzi sempre con quella sua aria di nobile distacco non ha replicato alla provocazione, e ha detto ancora:

«Si sieda, si sieda pure e ci schiatti su quella sedia».

«No, non mi siedo, le piacerebbe eh? Ora non mi ci siedo più.»

Poi è restato soltanto un silenzio carico di tensioni, e quella sedia vuota. Ci si è seduto un demente, un'ora più tardi, così, per caso; le due vecchie l'hanno guardato, e non gli hanno detto niente. A cena Elena mi ha chiesto: «Secondo te chi aveva ragione?».

Le ho sussurrato una frase che mi è venuta in mente, un vecchio modo di dire che ripetevo spesso da bambino: "Chi va arrosto perde il posto".

«Giusto» mi ha detto Elena, «e poi tra i due litiganti il terzo gode».

Abbiamo riso, ed era tanto che non mi succedeva.
Da vecchi le priorità si stravolgono, le esigenze si riducono all'essenziale, i gesti naturalissimi di un tempo diventano un impegno gravoso, allora è normale che una poltrona davanti al cesso finisca per essere il fine ultimo dell'esistenza. Ma che vita è? È più dignitoso farsela addosso che vivere per evitarlo. Eppure non ho mai visto nessuno così aggrappato alla vita, così attento al minimo dolore come certi vecchi di qui. Aspettano quella farsa di visita quotidiana a cui ci sottopongono con la trepidazione di quindicenni al primo appuntamento. Iniezioni, medicine e purghe sono i loro oggetti del desiderio. La distratta misurazione della pressione è un rito più sacro della Messa. Solo in questo certi vecchi differiscono dai bambini che furono. I bambini hanno paura delle medicine, i vecchi le esigono.
I medici arrivano, con quel loro camice bianco, ti domandano ma non ti chiedono, ti guardano ma non ti vedono, ti parlano ma non ti sentono. Ti visitano, questo sì, se è proprio il caso, ma hanno fretta, fanno presto. Ogni tanto si arrabbiano quando qualcuna è più petulante, più spesso però si trattengono, dicono "non si preoccupi", "stia tranquilla", "mangi di più", "le do io una medicina che le farà passare tutto", e magari la vecchia vorrebbe solo spiegarsi, comunicare se non proprio uno stato d'animo almeno un pensiero compiuto, dire una cosa con calma, ma loro sorridono sfuggenti, elargiscono paterni una leggera carezza e se ne vanno da un altro a recitare la stessa commedia. Hanno ragione però, sono fin troppo pazienti. Quando pretendi che un tuo simile sia umanamente interessato alla tua stitichezza, e lo pretendi tutti i giorni, anche quando l'hai "fatta" perché non ti sembra di averne fatta abbastanza, e per di più sei un vecchio, il minimo che si possa ricevere è un sorriso sfuggente, una leggera carezza e una medicina che ti farà passare tutto, vale a dire che ti manderà a cagare.

Qualche vecchio di qui, però, se ne frega dei medici e delle medicine. Ci sono alcuni personaggi periferici talmente ottenebrati dalla vecchiaia che la vecchiaia nemmeno li sfiora. Vite che si consumano come le macchine accatastate nei parcheggi degli sfasciacarrozze. Esseri umani da rottamare. Dove li mettono stanno, non fanno richieste, aspettano. Anzi neppure quello. L'attesa richiede una partecipazione emotiva che loro non hanno. Ogni giorno osservano inermi il trafficare degli infermieri sul loro corpo come fosse il corpo di un altro.

Ci sono tre donne che vagano senza meta vestite di tutto punto, con la borsetta in mano, pronte per uscire. Anime in pena in questo purgatorio sulla Terra. Recalcitranti a ogni sedativo, attendono un improbabile figlio o marito o perfino la madre che venga e le porti a casa. Scappano, quando ci riescono.

C'è n'è una in particolare che soffre più di tutte. Si chiama Fritz, e già quel nome è un segno del destino, direi un presagio. Dalle otto di mattina fino alle otto di sera non si ferma mai. Cammina avanti e indietro per il corridoio o per il salone e chiede a tutti se per caso hanno visto la figlia.

«Per caso ha visto mia figlia?… Per caso ha visto mia figlia?… Per caso ha visto mia figlia?… Per caso ha visto mia figlia?» Nessuno le risponde più, ormai, ma lei dice lo stesso grazie e dopo un po' lo domanda ancora, anche alla stessa persona, se la incontra di nuovo. Nessuno può aver visto la figlia perché è morta sessant'anni fa.

Un giorno, ero qui da poco più di un mese, mi sono accorto che la signora Fritz, approfittando inconsapevolmente della disattenzione del personale, aveva guadagnato l'uscita. Era entrata con naturalezza nell'ascensore e, credo in modo del tutto casuale, aveva schiacciato il pulsante del piano terra.

Ho pensato di avvisare, di gridare di fermarla, ma poi ho taciuto, regalandole quell'assurda libertà.
L'hanno trovata di sera, stanca e infreddolita, appoggiata a un muretto che guardava il Tevere proprio di fronte alla casa dove abitava da ragazza. L'ha riconosciuta una sua vecchia compagna di scuola, una che da non so quanto tempo non la vedeva e che viveva ancora a Trastevere. Poi si è saputo che dentro a quel fiume, forse proprio in quel punto, si era buttata la figlia adolescente.

Il giorno dopo la signora Fritz vagava ancora senza meta, attanagliata da un'ansia incontenibile, vestita di tutto punto, con la borsetta in mano, pronta per uscire e chiedeva a tutti se per caso avevano visto la figlia. Che pena mi fa.


Lorenzo Licalzi
"Che cosa ti aspetti da me" - Rizzoli
vivamente consigliati dello stesso autore: 'Non so' e 'Io no'
e poi anche tutti gli altri

d.

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