venerdì 20 novembre 2009

un vecchio errore

posso?
ho sentito in radio il nuovo singolo di Alex Britti, "Piove".
ecco, ad un certo punto, canta così:

"adesso come prima sto nella mia cucina
che mi preparo un pesce"

a parte la rima scontatissima della prima frase, come può scrivere mi preparo un pesce?
è proprio brutto.
e poi, caro Britti, senza sembrarti snob, lasciati dire che o sei Paolo Conte, o mi preparo un pesce non lo puoi proprio dire.

ciao, ascoltati un po' di buone parole e lasciale scrivere a chi sa.

mercoledì 18 novembre 2009

hell is chrome





sabato sera ero seduta in un comodo quanto stretto sedile del conservatorio verdi di milano.
cadaverica e con trentotto di febbre ero lì stipata, in quarta fila mi pare, ad assistere ad uno dei concerti più belli ed intensi che i miei occhi e le mie orecchie abbiamo visto e sentito negli ultimi anni.

poco fa, in bagno, metto uno dei primi dischi degli Wilco, per riassaporare un po' di emozione.
parte "Can't stand it".




mi fermo davanti al piccolo stereo.
mi volto, veloce, nuda, mi trovo di fronte allo specchio.
l'autoerotismo non c'entra.
mi guardo, in volto.
sorrido e mi mordo un labbro.
cazzo come vorrei tenere con me quel sorriso.
come mi mancava in questi giorni.
come è stato liberatorio, sofferto, mio, per me, veloce, tirato, spuntato... bello. mio.

in due mesi ho pensato di aver stravolto il mondo.
ho scalato una montagna, ho lasciato a terra tutto e sono salita in vetta a respirare bene e a mangiare un po' di neve.
mi sono scottata al sole, mi sono fatta scompigliare i capelli, mi sono fatta seccare le labbra.
poi sono tornata indietro.
passo per passo.
coi piedini negli stessi punti esatti in cui li ho messi per salire in cima, guardando la vetta allontanarsi, dando le spalle a ciò che mi spettava.
sono ritornata a terra, e mi sono fatta un male cane.
non perché quello che mi spettava fosse deludente.
semplicemente perché a terra ci sono un sacco di cose che in quei due mesi mi sono scordata di avere. di avere da risolvere. o forse di avere e basta.
sono ritornata a me stessa.

lunedì mattina capossela, e via così.
sono andata la sera a cena con un caro amico e poi ad un concerto dove ho continuato a fare da tutor ad uno dei gruppi del music village, parlando come una macchinetta fino alle tre con una vodka in mano.
la mattina dopo, martedì, mi sono presentata fresca come una rosa a un colloquio con un pezzo grosso di una società appena nata che vuole me, solo ed esclusivamente me.
mi ha proposto un posto di lavoro coi controcazzi, coi fiocchi, con soldoni a fine mese.... mi ha detto quello che già sapevo dall'incontro precedente con il suo assistente, solo con paroloni da manager.
la sera sono andata al concerto dei green day contro voglia, per lavoro, quando avrei voluto starmene a casa, e invece alla fine mi brillavano gli occhi. sono tornata e ho scritto la recensione.
ho passato la mattina dopo, sempre più fresca e sempre più rosa, a casa della vanoni, dove mi sono presentata puntuale e con un mazzo di fiori.
mi sono fatta scaldare le mani dalle sue e le ossa dal sole caldo che entra nel suo attico in brera.
sono stata poi a scrivere veloce il pezzo e poi dall'altra parte di milano per un video ad un gruppo di ggggiovani di oggi, scortata da un tassista che mi ha fatto due-domande-due: stai bene? - io rispondo, e parte la seconda domanda - E invece, come stai?
dalle 19.00, ho passato il resto della serata a servire birre al pub e mettermi in tasca sessanta euro.
nel ritaglio di spazio di questi primi tre giorni della settimana, ho smosso mari e monti perché all'ultimo ho saputo che giovedì e venerdì sarei andata al tenco a sanremo, e lì all'artison ci si emoziona un po' sempre.
sempre dall'artiston ho chiamato il simpatico manager che martedì mattina mi aveva proposto un buon lavoro (l'ho chiamato perché per quel venerdì voleva un orientamento...).
gli ho detto che non mi interessa. gli ho detto che mollare il mio, di lavoro, per farne un altro senza passione e che non conosco, non fa per me. non adesso. ecco.
ho chiaccherato con buja che non vedevo da tempo e mi mancava un po' zanetti.
sabato ritorno in treno, con una bionda, una bellissima donna sui quaranta, ma proprio troia, visto che non faceva altro che ostentare la sua appartenenza all'estrema destra e il suo odio nei confronti dei 'tipi di colore'.
sabato sera wilco a milano, febbre.
domenica, febbre.
domenica sera, pub, sessanta euro in tasca.
domenica notte, 39 di febbre.
lunedì 39.4
martedì 37.2
mercoledì, lavoro.
domani, lavoro e pub e via così.

e non ho tempo.
per nulla.
per me sì, ma poco e brutto.
per mettermi a pensare, no.
sono egoista.
e odio i cicli e odio le coincidenze, ma due anni fa ho lasciato gio, dopo sei anni.
poco dopo, a fine ottobre 2007, mi hanno rubato il telefonino e mi si è fuso il pc al lavoro, perdendo tutto.
due settimane fa mi si è rotto il telefonino, mi si è rotto il pc al lavoro e mi si è rotto il pc a casa.
ho lasciato andare, o meglio, ho mandato via una persona che tutto si merita tranne che di stare in pensiero per me, e non mi ricordavo facesse così male.

e non mi piaccio quando sono così.
non mi piaccio perché vado in stand by con il mondo.
non mi piaccio perché ci sono già passata e coccolo nell'isolarmi.
e per quanto mi serva, farlo, mi rendo conto che per chi mi sta attorno è incomprensibile.
e allora, rileggendo quello che scrivevo giusto giusto un anno e undici mesi fa, mi viene da pensare che più giochi più la gente ti vuole vedere giocare.
e allora sto in panchina, promesso, per poco tempo.
poi guardo i tacchetti, e rientro in campo.
ma adesso mi siedo.


d.

giovedì 5 novembre 2009

posso dartela vinta e tenermi la mia vita?

Penso che in genere il ti amo abbia un valore nucleare.
Nel senso che se esplode, è finita per tutti, fa tabula rasa, miete vittime.
Soprattutto se ne portano i segni con il passare degli anni.


Penso abbia un valore diverso, invece, nel momento solo in cui lo si dice.
Nel momento in cui ci si spinge il cuore in mano e si pronunciano le due parole tanto inflazionate, succede qualcosa.
Ti amo.
Difficile chiedere a qualcuno di dircelo, immagino che solo i più impavidi – o i più stupidi – abbiamo nella testa qualcosa che scatti all’improvviso e che gli faccia dire: “Hei tu, allora, mi ami?”.


Di solito si aspetta, si attende che accada, che succeda, che la persona che ci sta davanti ci guardi e ce lo dica.
BOOM!
E scoppia il mondo. In un istante.
Cioè, si ha la sensazione che scoppi se quelle paroline sono attese, altrimenti non scoppia nulla.
Se non una risata, ma sarebbe terribilmente da stronzi.

Tant’è.

Nel momento in cui avviene la dichiarazione, l’impulso, il miracolo, non so come chiamarlo, si possono avere diverse reazioni, immagino.
Certo se si riuscisse a mantenere la calma non sarebbe male.
Che ne so: si abbassa lo sguardo, si arrossisce, ci si morde il labbro, si accenna ad un mezzo sorrisetto, poi si rialza lo sguardo, lo si sostiene e…

Basta.

Si è già fatta tutta ‘sta scenetta, non si vorrà mica anche sentirselo ribattere.
Ah sì? Funziona così?
Ma dai…
Be’, allora se tutto quell’emozionarsi non bastasse, si potrebbe mollare un po’ il colpo.


Che ne so, vediamo: si abbassa lo sguardo, si arrossisce, ci si morde il labbro, si accenna ad un mezzo sorrisetto, poi si rialza lo sguardo, lo si sostiene e… ti amo.


Ecco fatto.
Penso non ci sia nulla di più bello di rispondere con le stesse due parole.
Non anch’io, non idem, non quello stupido e frignoso io di più.
Ti amo e basta.
Che poi “basta”, voglio dire, mi sembra già una gran cosa averlo detto, no?


Magari non è facile, può essere che le parole si blocchino lì tra i due incisivi e che proprio non riescano ad uscire.
Ma perché rinunciare a quel momento unico? per quale motivo, paura… ?
Se in quell’istante non si dicesse ti amo, cos’altro si potrebbe dire?
Ci sono momenti in cui se non si pronunciano quelle paroline si impazzisce.
Forse c’è anche il tempo di chiedersi: che faccio, glielo dico? Quanto tempo è che non lo pronuncio? Oddio sarò sincera nel dirglielo? Cosa faccio, approfitto del momento? ‘Approfitto’? Ma come parlo? ‘Fanculo va: ti amo!


Eccolo lì.
Lui lo dice a lei, lei lo ridice a lui.
Bravi!
Sono fiera di voi.
E adesso?
No dico, tra cinque minuti?
Cosa fate?
Nulla?
E no, perché nei tempi moderni succede che due persone possano dirsi ti amo anche se non stanno insieme.
Anche se poi ognuno va dalla sua parte, nel suo paese, a casa sua, al suo lavoro.
E che cosa si fa?
Cosa ne rimane?



Penso che il ti amo non abbia poi ‘sto gran senso assoluto.
Finito di dirselo si ritorna in strada a volte, ognuno sulla sua.
Capita.
E mentre cammini a cosa pensi?
Al ti amo.
Ma è già un ricordo, che sia di un anno, di dieci mesi, di trenta secondi fa.
Cammina lì con te perché lo porti a spasso, lo annusi, te lo trastulli in testa, fai sorrisini a caso in mezzo alla gente.
Ma non c’è.
Non c’è più.
La vita è un’altra cosa.
Un altro posto, un altro luogo, un’altra dimensione.
Quella reale.
Quella che si abbandona per un attimo in un ti amo.

Lascia il tempo che trova.
Per certi versi è fine a sé stesso.
Ma ci si rimane incastrati, diamine.
Ti amo, non è da tutti i giorni.
Ma siamo matti?
Bello dirlo, eccome no!
Ma, santo Dio, è ti amo.
Non è mi passi il sale?


E visto che magari ci si fa delle domande pazzesche sul ‘dovrei dirlo, non dovrei’, ‘ne varrà la pena, non varrà, ‘sarò sincera se lo dico ora, sarò un infame se glielo dico e non lo penso’, si presume che chi ci sta di fronte se le sia domandate anche lui queste cose, magari non tutte, ma alcune… non vi pare?


Quindi, quando ce lo si prende, quando ci viene sussurrato nei capelli, sugli occhi, addosso alle labbra… be’ cavoli, vuol dire che è proprio vero!

Ma forse non è sempre così.
E ti amo non c’è già più.
E’ nell’aria, nei gesti, negli sguardi.
Ma è già anni luce.
Nelle nostre giornate è un’altra cosa, ha un altro spazio-tempo.


E’ sottointeso.


E giuro che non voglio prendere in giro nessuno.
Sto estremizzando, sto farneticando.
Magari non la penso nemmeno così.
Anche perché forse non mi è mai davvero capitato.


Solo mi è venuto in mente perché l’altra sera pensavo alle parole che si usano, tutto qui.


Unico per esempio.
Significa qualcosa se lo si usa una volta sola: sei il mio unico amore!
Oh, che bello!
Certo che se lo hai detto anche alle trenta storie d’amore, o che credevi tali, che hai avuto in passato, a me che me frega?
Che senso ha dire che ogni cosa che si fa è unica per il modo in cui la si fa?
E come dire che tutto è niente.


Piuttosto non ditemi nulla.
Non ho bisogno, davvero, di sentirmi dire per esempio: non ho mai mangiato una pizza così buona come con te!
E certo, perché con un’altra non avrai mangiato una pizza, ma magari un risotto come non lo hai mangiato.
E gliel’avrai anche detto.
E lei si sarà anche sentita unica nel mondo, se lo porterà dietro per anni, e penserà: vai pure bello mio, tanto come hai mangiato il risotto con me… non lo farai con nessuna!
E brava lei, ha ragione.
Lei per te è unica quanto tutte le altre a cui l’hai detto.
E bravo tu, cretino, che nella situazione successiva te lo sei già scordato.
Anzi no, peggio, non te lo scordi affatto.
E hai il cuore pieno di cose uniche…



Ecco.
Ecco perché per me unico non vuol dire niente.
L’esclusiva non esiste.
Se esiste per tutti, non è un’esclusiva.
E nemmeno la voglio, grazie.


Preferisco non essere affatto unica nel cuore di qualcuno.
Non mettetemi per favore insieme agli altri unici ognuno a modo loro.
Tanto vale essere tra tanti, sì, ma normali.
Senza aspettative o responsabilità.
Fuori moda, fuori tempo.


“Sei unica per qualcuno?” No.
“Allora non vali nulla!” Grazie!


Poi un giorno vi accorgerete di essere tutti uguali nella vostra unicità.
Ed io abbasserò lo sguardo, diventerò rossa in volto, mi mordicchierò il labbro, accennerò un mezzo sorriso, rialzerò lo sguardo, lo sosterrò davanti a tutti e…


E adesso chi me lo dice ti amo?

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