lunedì 21 giugno 2010

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Andrea Fortunato Una stella cometa, di Jvan Sica. Casa Editrice La Colomba. Pagine 175, € 15,00


dalla Gazzetta dello sport

MILANO, 14 giugno 2010 – Sono già passati 15 anni, e ci resta ancora nel cuore quello sguardo sicuro e pulito, all’apparenza sfrontato ma, in profondità, pieno di fiducia e coraggio, quello sguardo giovane che del futuro scorge soltanto le promesse piuttosto che gli agguati. Andrea Fortunato, una troppo breve carriera vissuta tra Salerno, Como, Pisa, Genoa e Torino, era ben più che una promessa del calcio italiano quando ci ha lasciati così dolorosamente, e in questo libro curato con passione da Jvan Sica, emerge in tutta la sua terribile realtà il senso della cesura, netta e irrimediabile, che trasforma la classica agiografia del campione nella storia di un dolore smisurato, ma anche nel percorso tenace, indomabile, dell’uomo vero alla prova del suo destino. Il libro raccoglie una ricca serie di testimonianze di persone che narrano il progresso della carriera di Andrea, dai primi calci nella sua Salerno fino all’apoteosi del calcio internazionale. I racconti dei compagni di squadra, degli allenatori, dei dirigenti e dei giornalisti che hanno percorso un tratto di strada insieme a lui delineano un ritratto a tutto tondo non solo di un grande calciatore, ma anche di un ragazzo e di un uomo speciale, ugualmente determinato e solare sul campo da calcio, tra le mura di uno spogliatoio e nei tristi corridoi di un ospedale; capace, soprattutto, di trasmettere agli altri la sua voglia di vivere e lottare, contro qualunque avversario, compreso il più sleale e crudele dei mali.

UN OCEANO DI RICORDI – A ricordarlo, si è detto, sono in tanti. Fiumi di parole, un oceano di commozione come quello raccolte nei pensieri, tra gli altri, di Roberto Boninsegna, Giovanni Galeone, Eugenio Bersellini, Giuseppe Marotta, Gianni Mura, Ilario Castagner, Aldo Spinelli, Fulvio Collovati, Gennaro Ruotolo, Stefano Tacconi, Gigi Maifredi, Antonio Conte, Roberto Baggio, Giovanni Trapattoni, Fabrizio Ravanelli, Gianluca Vialli, Moreno Torricelli, Marcello Lippi, Giampiero Boniperti, Antonio Cabrini, Arrigo Sacchi, Roberto Bettega e Gianni Petrucci. Tra i tanti, appunto, noi vi proponiamo il ricordo di Andrea così come l’ha scritto «L’amico del terzo piano», ovvero Sergio Mitidieri. «Ci sono persone che conosciamo da sempre. Ci sarà stato sicuramente un momento in cui ci siamo incontrati per la prima volta – racconta Sergio: a leggerlo pare di sentire la sua coce con un groppo in gola -, ma il ricordo è così lontano e la prassi di una storia comune è cosi forte che ce ne siamo completamente dimenticati. “La prima volta che ho visto Andrea sarà stato nel 1971, l’anno in cui siamo nati, perché vivevamo entrambi nello stesso palazzo, lui al sesto ed io al terzo piano, dove abito ancora oggi con mia moglie e i miei figli”. Sergio Mitidieri è l’amico da sempre, la persona che ha accompagnato in ogni momento della vita Andrea Fortunato. Con lui possiamo parlare di tutto, dall’Andrea delle elementari al cam¬pione, sapendo che per Sergio, Andrea è stato sempre e solo l’amico del sesto piano. “Viveva¬mo nel cortile del nostro palazzo. Tornavamo da scuola, mangiavamo e facevamo i compiti. Io finivo prima di Andrea e mi sedevo all’angolo esterno del divano per sentire meglio i rumori delle scale. La porta di Candido e Andrea che si richiudeva e i passi veloci che scendevano le scale erano il segnale. Mi alzavo e mi preparavo alla bussata, che quasi ogni giorno (facciamo ogni giorno, tranne quelli evidentemente impossibili) non mancava mai. Dai 5 anni in poi il nostro mondo era il cortile dei ferrovieri ed è stato in quel piccolo spazio che Andrea ha imparato ad essere fuoriclasse”.

IL PALLONE E IL PIANO B – Il pallone per i bambini è spesso un punto fisso, ma per i tre ragazzi era una mania. “Gioca¬vamo dalla mattina, se non c’era scuola, alla sera, e insieme a noi resisteva solo Valerio. Gli altri ragazzi arrivavano a turno e non avevano la nostra folle costanza. Per loro esistevano anche le macchinine, i cartoni animati, le merendine, noi pensavamo solo ed esclusivamente al pallone. E, premettendo che a Salerno non c’è un inverno molto lungo e rigido, per le gior¬nate fredde avevamo comunque escogitato un piano B. Prendevamo il pallone e iniziavamo a giocare in mezzo alle scale, rompendo il più delle volte le vetrate. Un giorno per qualche motivo non potevamo scendere in cortile e andammo a giocare fuori al balcone con delle arance. Le arance iniziarono a cadere di sotto e la signora del primo piano chiamò i vigili”. Per fortuna, soprattutto dei genitori, la mattina c’era la scuola, con le elementari alla “Cesare Battisti” in due classi diverse e le medie, alla “Ruggi”, come compagni di scuola. Andrea era davvero un grande amico. All’inizio era chiuso, ma generoso e socievole una volta che si era sciolto. Vivemmo in simbiosi quei tre anni di scuole medie e poi lui partì per Como. Per me fu una bella botta”. L’amico, quello vero, quello con cui dividi le giornate e di cui sai tutto parte per l’avventura che può cambiare tutto. Tu rimani, ma se c’è vero affetto, al di là del dispiacere del distacco, nasce l’orgoglio. “In un primo momento vissi molto male il distacco di Andrea. Poi si accese in me una spia che mi diceva di quanto era fantastico che un tuo amico potesse realizzare il sogno di tutti”

UN ESEMPIO – “Fu da quel momento – racconta ancora Sergio – che iniziai a seguirlo a distanza e a sentirlo sempre più spesso al telefono, mentre non potrò mai dimenticare il viaggio in cuccetta con Candido verso Como, che per noi sembrava veramente infinito”. (…) La carriera di Andrea è un solco scavato da una forza selvaggia e determinata, “perché lui ci ha sempre creduto, ha sempre creduto che sarebbe arrivato alla meta”». Un esempio per tutti. Merita quindi un plauso l’Associazione Sportiva Fioravante Polito che, attraverso la pubblicazione di questo libro e con la fondazione di una Biblioteca dello Sport a lui dedicata cerca di perpetuarne il ricordo, in un mondo che dimentica troppo facilmente, ad uso di tutti quelli che credono nello sport come un modello positivo per affrontare la vita nella sua pienezza.

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