lunedì 20 dicembre 2010

intolleranze /6

al pub.

Ragazza: "A questo tavolo mancano le patate al forno"
Io: "Mi hai ordinato delle patate?"
Ragazza: "Sì"
Io: "Strano, non le ho segnate", dico guardando lo scontrino con tutte le voci e i prezzi degli ordini, "e non te le ho nemmeno scontrinate. Ora te le ordino"
Ragazza: "E no ma scusa, io le ho già pagate..."
Io: "Non puoi aver già pagato una cosa che non c'è sullo scontrino"
Ragazza: "E ma io ho messo otto euro"
Io: "Sì ma io che c'entro, dillo ai tuoi amici, vorrà dire che qualcuno ha messo di meno..."
Ragazza: "Sì ma i conti non tornano, e nemmeno le cose da mangiare"
Io (prendendo lo scontrino nuovamente in mano e alzando la voce): "Come non tornano???? Avete preso due focacce, una patatina fritta e un hamburger".
Guardo cosa stanno mangiando: esattamente quello che ho appena letto
semopre Io: "Perché i conti non tornano? Avete pagato quello che avete ordinato e che state mangiando"
Ragazza: "Sì ma io ho messo otto euro e le patate non ci sono"



la stupidità continua a darmi grandi soddisfazioni

venerdì 17 dicembre 2010

Uccellinodidelpiero.com

di Antonio Corsa - Uccellinodidelpiero.com

«Dove l’hai letta ’sta cosa?? Sul blog dell’uccellino di Del Piero?!? Hahaha.. Ma dai!! Ma come si fa a prendere sul serio un sito con quel nome! E poi è un sito juventino: “io non accetto lezioni dagli juventini”»

L’ultima frase rigorosamente pronunciata con voce rauca, alla La Russa. Scenetta che avrete vissuto tutti, credo. Chi abbronzato, chi meno.

E che gli rispondi, a uno così? «Amen». E benedizione. Hanno ragione loro. Brutta razza, gli juventini. Per carità, poi è anche giusto. In fondo noi chi siamo? Quattro barboni. Seri non lo siamo (anche se a volte ci proviamo). Non capiamo niente di calcio (ma almeno ci affidiamo ad allenatori che lo insegnano e ce lo spiegano, a noi per primi). Non siamo avvocati (anche se abbiamo la stima di alcuni di Loro). Non siamo famosi (meglio così), non scriviamo libri (Enzo, che è colto, li legge), non facciamo tournè (c’abbiamo pure il mal d’aereo.. non è per noi! Noi sì che costeremmo troppo. Tra panini e sigarette.. Non vi conviene!). Siamo così, a metà tra lo scherzo e la serietà, tra le opinioni e i fatti, tra i finals e gli scoop, tra l’informazione e la controinformazione, tra le cinguettate e gli uccelli paduli. Sempre in agguato. Bastone e carota. Se non ci mangiamo pure quella. Serbi, magari. Ma non seri. Filoaziendalisti, dicono. Alfieri, che fanno scacco matto al Re. Anche il proprio (qualcuno ci insegni le regole!). Cani sciolti. Sognatori, che spengono le stelle. Svizzeri. Quindi intercettabili.

A proposito.. questa ve la devo dire: l’altro giorno mi chiama “Uno” (maiuscolo) e mi fa «come va l’uccellino?», e mi son trattenuto perchè stavo per specificare (non si sa mai, che qualche Carabiniere capisce male e trascrive che..). Pensa te.

Insomma siamo così. Per scelta. Bisogna andare oltre il nome. Oltre la forma. Alla sostanza. Almeno se si vuole conoscere la verità (o una verità). Ce la tiriamo. Bisogna saperla cercare e, se si crede in qualcosa, hai voglia a farsi ridere del titolo… Ci vediamo poi nei commenti. Perchè il problema non è l’url, nè il curriculum e il pedigree: sono i contenuti. Sono quelli che fanno fanno scappare, che “google non ti indicizza”, che “io lo cambierei in..”. Ci citano giornali e giornalisti. Ci legge Andrea. Va bene così. Sono quelli che spingono a trovare scuse, a buttarla in battute da tipo brillante. Per scappare meglio. Noi siamo sempre qui. La porta è aperta per tutti, anche ai brutti. Chiunque volesse può venire e contestare qualcosa che scriviamo. Un blog con commenti, e con risposte ai commenti. Dove lo trovate?

Per tutti. Ma non tutti tutti, perchè lo siamo. Pure snob e viziati, siamo. Ma la risata finale, spesso e volentieri, la facciamo noi. Con buona pace dei seri. Tanto noi non lo siamo.

Noi possiamo. Siamo juventini.

auomatici /4

ho fatto un sogno allucinante l'altra sera.
mi ricordo dei dettagli qua e là del tipo di una città che poteva essere quella di harry potter e di un ragazzino che aveva una sorta di poteri strani e che se non si concentrava bene o se si distraeva o se si addormentava pensando a qualcosa di brutto, evocava questa sorta di presenza malvaglia (cazzo, è uguale a harry potter!).
comunque, questo ragazzino si addormenta accucciato per strada, e mi pare che nel sogno fosse il fatto che lui fosse a piedi nudi a far sì che ad un certo punto sia apparso questo enorme personaggio vestito di nero, un mix tra Milord di Sailor Moon e il tipo di V per Vendetta.
Insomma, questo personaggio era altissimo, ma davvero altissimo. Più alto che grande.

Poi niente, via dalla scena della sua apparizione, mi ritrovo in una casa in stile americano, quelle dove la cucina ha il tritatutto nel lavandino e c'è la veranda fuori, con le finestre in cucina proprio sopra il lavabo.
va be', siamo lì io mia madre e mio padre quando ad un certo punto sentiamo una presenza strana e vediamo, facendo capolino con la testa in sala, che è da noi l'oscuro personaggio, che a dire il vero non so proprio come sia apparso e come faccia a stare in casa nostra.

Decidiamo di darcela a gambe, ma tutto accade molto lentamente.
Io e mia madre usciamo dalla porta principale ma ci rendiamo conto che mio padre non c'è: è uscito dalla porta sul retro e viene verso di noi correndo tipo jogging, vestito dal Super Mario Bross e con dietro il losco individuo che cammina e lo insegue lentamente.

fine.

aiuto.

martedì 14 dicembre 2010

the big white

settimana scorsa sono stata a casa, per recuperare quella brutta storia con i miei, e devo dire che il recupero è stato veloce, non indolore, ma veloce.
domenica, a pranzo, c'era tutta la famiglia riunita per festeggiare il mio compleanno e quello di mia madre ma, ahimé, la cerimonia è stata un po' disturbata da un nipotino incontrollabile che ad essere sincera oltre ad aver seminato il panico, ci preoccupa un po' tutti.
avevo ben espresso di non farmi regali, il Mac è ancora molto lontano dalle mie finanze, per cui qualche soldino anziché il maglione o la sciarpa, devo ammettere che l'ho gradito maggiormente.
e così è stato. tranne per il secondo dei miei due fratelli che avrebbe dovuto regalarmi un hard disk esterno (sempre utile) e che invece (ma guarda un po'), mi ha fatto aprire una scatola della Puma con dentro delle scarpette bianche viole e fucsia tutte per me.
fucsia.
ho detto fucsia?
sì, fucsia.

per fortuna i tre giorni successivi, fino a giovedì mattina, li ho trascorsi spaparanzata sul divano a Imperia, con I., tra film in tv (entrambi non l'abbiamo a casa, per cui ci siamo fatti una bella scorapacciata) e spuntini ad ogni ora del giorno, fuoco caldo del camino, coccole, pisoli e baci a volontà.

il rientro è stato di fuoco, visto che avrei lavorato al pub per quattro sere consecutive, e devo dire che il risvolo melodrammatico che ha preso il fine settimana, risoltosi poi con qualche pianto e qualche carezza, mi ha resa una persona ancor più consapevole e felice.
è strano come alcune volte si debba davvero distogliere lo sguardo da un problema per capire che è troppo piccolo per essere definito tale. o nemmeno è troppo piccolo, magari è davvero un problema, ma è inevitabile che lo sia, e allora va bene così.

sorrido, oggi è una bella giornata.
e siamo secondi.
cazzo!


littlle miss sunshine

ma se vi dicessi che sto davvero bene, voi ci credereste?
vi do un consiglio: credeteci!


giovedì 2 dicembre 2010

le cose perfette non ci portano fortuna

No, perché poi io non vi ho mai raccontato cosa mi è successo sabato scorso.
Non il 27 novembre, giorno del mio bel ventisettesimo compleanno, ma sabato 20 novembre.
Per essere fedeli alla storia bisognerebbe cominciare da venerdì sera, quando, una volta chiuso il pub, ho portato alla mia macchina il mio amato e Mattia, il cuoco, che abita in via Porpora e che accompagnamo spesso a casa.

I. avrebbe dormito da me, per cui gli ho consigliato di lasciare la macchina al pub.
Non gliel'ho consigliato a caso: il giorno seguente, sabato 20 novembre, avremmo avuto una sorta di riunionescuolasulebirre dello staff, e saremmo entrambi dovuti ritornare al locale per l'ora di pranzo, per fare colazione/pranzo con tutti gli altri e discutere sulle varie birre e su alcune questioni interne.

Dicevo: I., io e Mattia ci dirigiamo alla mia auto, parcheggiata rigorosamente da cinque giorni in via Tabacchi.
Arriviamo ed esulto per la mancata multa che grazie a Dio per questa volta non mi hanno messo.
Il mio entusiasmo dura un decimo di secondo e si infrange poco dopo quando, entrata in auto per avviarla, mi rendo conto che la macchina non parte.
Ferma.
Tutto fermo.
Non si avviava nemmeno il motorino di avviamento.

Puttana eva troia.

E giuro che queste sono le parole più trasferibili sul blog che io abbia detto in quel momento.

Mattia e I. mi aiutano a spingere l'auto, alle tre del mattino di un freddo venerdì sera, in una via lì accanto, perché in via Tabacchi al sabato c'è il mercato e me l'avrebbero rimossa.
Spostiamo l'auto e andiamo a recuperare quella di I., in soldoni siamo andati a nanna quasi alle quattro del mattino, sapendo che la sveglia il giorno dopo sarebbe suonata alle undici e che la giornata per me, soprattutto per me, non sarebbe stata per nulla facile.

Perché?
Semplice, perché i miei genitori, con uno dei miei due simpaticissimi fratelli, sarebbero venuti da Melzo con furore a Milano, a casa mia, a portarmi il frigorifero nuovo.
Potevano scegliere altro giorno? No, figuriamoci, hanno scelto proprio l'unico giorno in cui a mezzogiorno avevo un impegno dall'altra parte di Milano (la riunione al pub di cui sopra) e in cui alle 19 iniziavo a lavorare al pub.
Le mie indicazioni, dopo l'annuncio del loro arrivo a Milano, erano state più che precise:
"Padre, sabato per me è un po' un casino: ho una riunione al pub alle 12 che non durerà poco e poi la sera lavoro lì"
Mio padre:
"Sì, ok, ma noi possiamo venire solo sabato pomeriggio..."
"Ok, allora venite sabato pomeriggio, ma sappiate che non avrò molto tempo per fare la padrona di casa e soprattutto per starvi dietro..."
(e pensate che ancora non avevo la macchina a terra....)

Tant'é.
Avevo ben detto ai miei genitori di non farsi vedere prima delle tre e mezza.
Tre e mezza.
Avevo calcolato tutto nei minimi dettagli: "ore 12 appuntamento al pub, ore 13 - come minimo - inizio riunione, ore 15 mi stacco dal pub e alle 15.30 sono a casa, con calma".

(il pub è in san Gottardo, casa mia in zona Isola).

Arriviamo alla riunione un po' arruffati e stanchi; nemmeno il tempo di iniziare a ordinare la colazione all'inglese (buonissima!) e a bere un caffé chiacchierando, che sento il mio telefono squillare.
Guardo il display e trovo tre chiamate senza risposta, dal telefonino di mio padre.
Guardo l'orologio e sono le 14.00, impossibile che siano già qui.

Mio padre mi dice che sono partiti da cinque minuti.

....
....
....

Ora: forse non molti di voi hanno presente dove sia Melzo (dopo Segrate, verso Pioltello e Cernusco)
e forse altrettanti di voi non hanno idea di dove sia il quartiere Isola (dopo Loreto, traversa di Melchiorre Gioia), ma credetemi: casa mia Melzo dista da casa mia Milano almeno venti chilometri.
E di sabato pomeriggio dopo pranzo, quante persone ci saranno in giro? Nessuna.
E di sabato pomeriggio, con in giro nessuno, quanto ci si mette ad arrivare da me a Milano? VENTIMINUTIVENTICRISTODIDIO!

Infatti, urlo con mio padre al telefono, dicendogli che mi sarebbe toccato mollare lì la riunione e correre a casa, perché il tempo che ci avrei messo io ad attraversare Milano, sarebbe stato lo stesso che loro ci avrebbero messo ad arrivare sotto casa mia.

Me ne vado imbestialita dalla riunione scusandomi con i colleghi (e credetemi, anche se i più sono amici e altri piacevoli conoscenti, quando stai insieme al gestore del locale, non è mai così facile fare quella che prende e va...).

Esco dal pub e ovviamente mi rendo conto che sono a piedi visto che l'auto è ferma, così rientro e I. mi presta la sua auto. Automatica.
Mai guidato un auto automatica in vita mia... il resto si fa da sé.

Sono quasi in piazza cinque giornate quando come in un flash mi rendo conto che ho dimenticato le chiavi di casa a casa e che - sfiga vuole - non c'è nessuno dei miei tre coinquilini in casa.
Chiamo Stefania e le chiedo se per caso Ale, il suo fidanzato romano che ha la gelateria in piazzale Lagosta, è al lavoro e ha un doppione delle chiavi.
Mi dice che sì, le chiavi le avrebbe anche, ma Ale e Ste sono a pranzo a casa di lui, per cui mi tocca andare da loro a prenderle.
Non so dove cazzo sia casa di lui. Cioè: conosco la zona ma in macchina non sono così smaliziata a Milano, specie in zone dove se sbagli una via o una traversa, non ci ritrovi più.
MI metto a smanettare con il navigatore della macchina di I. e trovo la via.
Arrivo sotto casa del gelataio, prendo le chiavi al volo e intanto corro in auto per rispondere al telefono, dove dall'altra parte della cornetta mio fratello mi avvisa che loro, comodi comodi, sono già sotto casa mia da cinque minuti.


Sto impazzendo.
Mi rendo conto che di sangue al cervello me ne va ben poco e che di aria ai polmoni me ne arriva ancora meno.
Cerco di non sbottare lì al telefono, respiro bene e trattengo l'ira e il nervosismo che mi stanno divorando.


Arrivo sotto casa. Piove, trovo parcheggio lontano e per non stare ad impazzire ulteriormente lascio la macchina automaticanonmia lì.

Vado incontro ai miei.
Mio padre nemmeno mi guarda in faccia per come gli ho risposto prima al telefono.
Mio fratello è per i fatti suoi come al solito.
Mia madre è tutta premurosa e non appena ci ritroviamo da sole ha il coraggio di guardami e dirmi: 'Sei arrabbiata?'.

sono le 14.35
e sì, cristo, sono furiosa.
sono furiosa perché se avessi avuto un appuntamento di lavoro (che comunque lo era), non sarei potuta scappare all'improvviso un'ora prima.
sono furiosa perché la mentalità melzese o di paese non  mi è mai stata stretta, ma così, con i miei che devono andare a Milano come fosse la trasferta assassina della vita, e si preparano alle 14 per venire da me alle 15.30, è troppo.
e sarebbe troppo per chiunque, e infatti lo è stato anche per me.
lo è stato anche per me quando in casa, mentre mio padre mi montava lo specchio in camera (perché sono convinti che io debba avere uno specchio in camera) e mi rimproverava per come scopavo i calcinacci dei buchi nei muri che erano caduti a terra, mi sono girata verso tutta l'allegra famiglia e ho annunciato: 'Voglio che ve ne andiate di qui il prima possibile.'

Io, non ho mai detti niente ai miei di così offensivo.
E non erano le parole. Era l'odio nei mie occhi.
E l'hanno capito.

E non va bene.
perché se ti dico tre e mezza, tre e mezza devono essere.
Se ti dico che ci metti venti minuti ad arrivare da me, devi partire alle tre.
Non devi partire alle due perché io abito a Milano e chissà quanto tempo ci si mette.
Te l'ho detto io: ci metti venti minuti.
No, loro non mi devono ascoltare e mi devono far vivere tutto il resto della giornata con il magone che si divide in due: una parte per il nervoso e una parte per il dispiacere.

E poi non è che finisce così.
Perché mentre loro se ne vanno offesi, io prendo l'auto e mi dirigo verso il pub, perché la sera avrei lavorato. E succede che per il nervoso non riesco a far partire la macchina automatica di I. e che una volta partita mi ritrovo in via Beatrice D'Este con uno in moto dietro di me che per una frenata all'ultimo sbanda e con l'asfalto bagnato dalla pioggia slitta e cade con un Boom! tremendo.

E allora, tu volontaria della Croce Bianca di Melzo, che vuoi fare, non ti fermi?
certo che ti fermi. E scendi. E gli corri incontro con l'auto automatica che va avanti da sola perché non l'hai messa sul comando giusto. E quindi cambi rotta e corri incontro alla macchina, recuperandola in tempo e fermandola definitivamente. E poi allora sì che puoi dirigerti in tutta fretta verso il motociclista peruviano che sorride e che ti sembra la persona più bella del mondo, in quel momento.
E allora gli tieni fermo il capo, impedisci a chi sta intorno di fargli togliere il casco, fai amicizia con altri fermi lì come te, tutti volontari di altre sezioni, e aspetti, sotto la pioggia battente, che l'ambulanza arrivi il più in fretta possibile.
E non perché lui è grave.
Ma perché tu non ce la fai più.

E andrai avanti a non farcela più tutto il giorno.

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