mercoledì 27 aprile 2011

meccaniche divine

succede. non sta bene e io non so cosa fare. ho sempre pensato che fossimo amici, amici con la A, anche se tra colleghi non avrei mai immaginato si potesse creare un legame talmente forte. e invece per noi è stato così. ma mica solo per noi. anche con un altro collega, oramai ex, è accaduta la stessa cosa. legami di pelle e cuore, di risate e passeggiate, di cinema e pranzi all'aperto. tutto e niente, insomma. legami di fughe l'uno dall'altro e l'altro dall'una. robe del tipo 'stammi su di dosso che non ho tempo per te', ma detto con le parole giuste, perché sennò qualcuno si offende e ti evita per giorni. oppure va a pranzo da solo. quanto l'ho odiato quando andava a pranzo da solo. usciva. punto. da solo. all'improvviso. mi giravo per chiamarlo e decidere dove andare a mangiare e lui già era sparito. e dovevo saperlo dagli altri che era già andato via. perché forse io non me ne accorgevo. e forse lui, con quel gesto, volevo sottolineare proprio questo: me ne vado così quando te ne accorgi ti rendi anche conto che non ci hai fatto caso. diamine se è complicato, lui. è un groviglio di emozioni. è un burlone nascosto dietro una durezza infinita. un eterno bambino che continua a ripetere a se stesso e a tutti che è immaturo, che odia le responsabilità. e mi sa che a furia di dirlo un po' ci ha creduto davvero, che fosse così. ma io lo so che non è così. lui non è così. è solo timido. è solo troppo cinico per fare quello al quale piacciono gli animali o i bambini. è troppo cinico per chiedermi come sto, perché se gli dico che sto male dovrebbe abbracciarmi e non so se ne è capace. forse non lo è più da un po' di tempo, da quando ci siamo persi in un mese che non era il nostro, in un tempo che era mio e non suo, in un concerto che non sarà mai più lo stesso, in un gesto plateale che odiamo e che ha lasciato un taglietto sulle nocche delle dita che ogni volta che stringi la mano in un pugno e vedi la mano diventare bianca perché non passa il sangue, il taglietto si riapre, e fa fatica a richiudersi. e puoi aver visto tutte le puntate di "siamo fatti così" e sperare che le piastrine arrivino di corsa per darsi la mano e farti smettere di sanguinare, ma devono aver trovato dei lavori in corso nel tuo corpicino, e allora tardano ad intervenire. e allora mettiamo un cerotto che così non si vede. e se non si vede magari ci dimentichiamo di tutto: di quello strappo che sanguina, di quando l'abbiamo fatto, di come è successo, di come lo si poteva evitare, di come lo abbiamo allargato per qualche tempo e di come all'improvviso non lo volevamo più sulla mano. di come in un attimo il futuro fosse pensate come un macigno, di come tutto sia diventato gelosia e musi duri, tanto da non poter parlare liberamente di quello che passava per la testa. e quanto avrei avuto bisogno di te in quei momenti, solo Dio lo sa. e sa anche quanto pesante per me fosse non potermi confidare con chi più mi avrebbe capita e consigliata, o magari solo ascoltata. e invece no. invece questo senso di protezione nei miei confronti misto hanno creato una miscela che farebbero andare un Sì da Milano a Marrakech con un pieno solo. una miscela inquinante, da rimanerci dipendenti.
e per fortuna che ho imparato a non avere più tempo. per fortuna che a te ci tengo così tanto da non poterne fare a meno. così tanto da dirci ogni anno prima delle ferie d'agosto o di natale: "siamo pronti a non vederci per più di due settimane?". e pronti non lo siamo mai. perché io lo so che non posso fare a meno della tua presenza, come dice la nostra canzone, e ti vengo a cercare, perché ho bisogno della tua presenzaaaaaaaaa.
e allora riprendiamoci. e allora leggila quella mail nella quale ti scrivo che nell'ultimo anno avevo bisogno di te e solo di te. perché eri l'unico che non avevo ma che mi serviva davvero. egoisticamente. mi servivi. avevo la necessità di liberarmi dal peso sullo stomaco del mentirti quotidianamente, perché la verità ti avrebbe messo in difficoltà e non volevo sapere perché.
mentirti mentre in realtà sapevi già tutto e mi torturavi con battutine feroci salvo poi chiedermi di venire al cinema, come fosse un modo per dire mi dispiace, sono stato stronzo, ma non voglio che ti fai male.
e male mi sono fatta. e te l'ho scritto. ti ho scritto che non sai come avrei voluto piangere su quella spalla, su quella felpa blu con il cappuccio. e quando hai letto la mia lettera, mi hai abbracciata mentre eravamo a mangiare un panino prima dei nostri soliti concerti. hai lasciato perdere il boccone, hai fatto trascorrere una giornata intera senza accennarmi nulla, e a sera ti sei alzato dal tavolino e mi hai abbracciata. e non lo potevi sapere, ma avevi indosso la felpa blu. e ho pianto. e non ci siamo detti niente.
e da lì in poi tutto è davvero tornano come prima, tanto che forse ci siamo anche un po' allontanati, ma mai dimenticati. e mai e poi mai ci dimentichiamo di dirci quanto bene ci dobbiamo e ci vogliamo, mai ci scordiamo di alimentare il nostro rapporto con un po' di legna secca, e se saranno di nuovo taglietti sulle dita o schegge sotto pelle, sapremo come affrontarle.
e adesso succede. succede che stai male. e ti chiedo come stai e mi dici: 'sono diventato papà', e siamo ad aprile e il tuo bimbo doveva nascere ad agosto e invece sei diventato papà tra sabato e domenica. succede che lei ha rischiato di non farcela e il vostro bimbo, finalmente il vostro primo bimbo, anche. e invece lei ce l'ha fatta, e lui anche. sei papà di una cosina piccola piccola, come mi hai detto tu.
e mentre me lo raccontavi crepavo dentro per te. e ti amo per come stai affrontando tutto. ti sento per come l'hai detto a me nel momento nel quale te lo chiesto, perché se non te l'avessi domandato magari nemmeno me l'avresti detto. e ogni volta che ti squilla il telefono te lo sento ripetere, a tutti i tuoi amici: "sono diventato papà, è nato sabato", e sento anche lo stupore e la gente incredula dall'altra parte della cornetta, che non sa di cosa stai parlando, non sa se stai scherzando, non sa se è tutto finito o se tutto ancora deve iniziare e soprattutto, non si sa come sarà.
e non lo sai nemmeno tu. ma ad ogni squillo del telefono, che quasi ti sento sorridere come fosse una beffa, mi si stringe un nodo in gola che vorrei slegare e darti in mano, come fosse un anti stress. e allora ti sento ripetere a tutti quelli che ti chiamano la stessa cosa, che alla decima volta quasi viene a me la voglia di dire basta! lasciatelo in pace. e invece non so dire nemmeno questo.
ma una cosa te la scrivo, che mai la leggerai perché non voglio e tu non vuoi conoscere questo posto dove mi rintano di tanto in tanto. senti qui: Anyone else but you, tutturudu turudu turuduru, tutturudu turudu turuduru...

2 commenti:

  1. ero uno di quelli dall'altra parte della cornetta, anch'io incredulo, mi sono sentito in imbarazzo perchè volevo essere lì per abbracciarlo.
    il nostro musone ha un bel torneo da affrontare, ma ha le spalle larghe.

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  2. lo abbraccio io per te, appena si lascia avvicinare.

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