giovedì 15 novembre 2012

nothing changes here and nothing improves

Volete saperlo? Martedì sono andata a vedere i Calexico. 
E’ stato il mio terzo concerto della band di Burns e uomodellamiavitaConvertino. Nel 2008, la prima volta al Rolling Stone. Avevo due biglietti, uno dei due ha ancora la matrice e il posto accanto al mio, quella sera, è stato occupato da uno sconosciuto. Nel 2009 la seconda volta, Villa Arconati con Bleeker, la sua compagna e un altro collega. Bellissimo, zanzare a parte. Marterdì 13 novembre, un anno esatto dal mio primo concerto dei Machine Head con il Cavaliere Mascherato, sono tornata sul luogo del delitto per assistere ad uno degli spettacoli live più belli ed emozionanti del mondo. 

La prima cosa che ho pensato quando è terminato il concerto è stato: “Ma perché la gente va a vedersi i Tama Impala e Bon Iver e invece snobba i Calexico, pietra miliare della musica internazionale?”. 
Non me lo spiegherò mai. Ma mi fa incazzare. Mi fa incazzare che una band di questo livello abbia un Alcatraz rimpicciolito perché ci sono ‘solo’ mille persone a vederli. Mi fa incazzare perché è questo che gli addetti ai lavori e i ragazzi di oggi dovrebbero sentire, è ha questo che dovrebbero partecipare. Mi rincuora, d’altra parte, la conferma di vedere sul palco una band gioiosa e musicalmente competente, travolgente e semplice allo stesso modo. Mi rassicura, vedere tra il pubblico facce conosciute di vecchi appassionati, gente che potrebbe essere la stessa facente parte del pubblico del Boss, quella categoria di fan, insomma, che sa cosa sta ascoltando, che ama la qualità e i concerti raccolti, e che forse è ancora più elitaria e snob di quelli che vanno a vedere i Tama Impala e Bon Iver. 

E’ che io poi sono popolare. Non sono di quelle che vuole tenersi un gruppo per sé, gelosamente possessiva della loro musica. Io, un gruppo come i Calexico, vorrei che lo conoscessero tutti:




Al Cavaliere è piaciuto molto. Il Cavaliere ha allontanato dal pub il suo braccio destro perché il suo braccio destro deve riprendere in mano la propria vita e capire cosa vuole fare del suo futuro. Il Cavaliere Mascherato lavora quindi sette giorni su sette. Addio due serate libere alla settimana, addio week end programmati in anticipo in Belgio e a Londra, addio a sonni tranquilli. 

Addio anche alla mia di tranquillità, visto che mi ha chiesto una mano in più di quella che già do al pub. E quindi eccomi, a lavorare quattro sere alla settimana, senza mai staccare, arrivando a fare anche diciotto ore di lavoro consecutive. E sono uno straccio. Faccio schifo. Ho le occhiaie, sono scavata, ho i brufoli che nemmeno da adolescente sorgevano sul mio viso, mi brucia lo stomaco, mi fa male la testa, ho brividi da una settimana in tutto il corpo, ho la concentrazione di un bambino di tre anni e l’attenzione di un malato di demenza senile. 

E mi preoccupa il Cavaliere che non so come potrà resistere. E allora l’ho trascinato a vedere i Calexico martedì. Abbiamo messo in piedi una staff fenomenale al pub per garantire a me e al Cavaliere di passare via tre/quattro ore tranquilli senza doverci preoccupare. E il Cavaliere è stato fantastico. E i Calexico anche. E il mio caporedattore pure, perché a fine live mi ha trascinata dei camerini dove abbiamo salutato la band e io ho potuto ammirare nuovamente la bellezza infinita di John uomodellamiavitaConvertino.


martedì 23 ottobre 2012

for me, for you

oggi è una bella giornata. mi scambio mail da stamani con il mio Bleaker (chiamerò così, d'ora in poi, il mio collega preferito che insieme al Bepi, mio ex collega, ma sempre preferito, hanno reso questi miei ultimi nove anni un po' più speciali). Io e Bleaker siamo bravissimi a mandarci mail, lo facciamo di continuo, nonostante le nostre scrivanie siano poco distanti e nonostante si lavori nello stesso ufficio e nonostante ci si ritagli delle pause caffè lunghe lunghe a cui non vorremmo mai rinunciare.

Ve ne avevo già parlato ultimamente, è il collega di cui sono super gelosa perché la bella (e brava e simpatica e ricca, 'fanculo!) bionda che è arrivata da poco (ormai son due anni ma per me è sempre "l'appena arrivata) ha attirato un po' la sua attenzione. Be', dopo primi momenti di attrito, adesso che il countdown si avvicina allo 0 e che mancano solo due mesi al mio addio alla redazione, Bleaker sembra non voler sprecar nemmeno un minuto nei nostri giochini di ruolo da prima media, e allora ci gustiamo tutto il tempo che passiamo insieme, passeggiando, parlando, mangiando, scrivendoci mail a raffica, prendendo in giro tutti, chiamandoci quando non ci vediamo e dedicandoci - che poi è la cosa che ci riesce meglio - tantissime canzoni.

A lui piacciono i Pearl Jam. A me no. A lui piace Costello. A me di brutto.
Gli ho detto che venerdì (di venerdì, ndr, ve lo racconterò in un altro momento) ero a casa e ho messo su un disco dei PJ perché ci volevo provare. Volevo riprovarci a vedere e sentire se è proprio vero che con me non attaccano o cosa. Risultato: dopo quattro pezzi ho tolto il disco e ho inserito Costello. L'album è Punch the Clock, compie quest'anno i miei stessi anni, e lo amo dall'inizio alla fine.

Io e Bleaker ogni anno - o quasi - ci regaliamo a Natale un disco fatto da noi, una compila, come si usava fare ai tempi delle superiori. Non sono tutte canzoni che ci dedichiamo èh, solo quelle che ci ricordano qualcosa, fatto insieme o anche no. La nostra canzone, ma lo sapete già, è "E ti vengo a cercare" di Battiato, ma ce ne sono altre mille. Io in queste settimane, mentre sono in autobus o sul tram, scorro il player del iPhone e penso a che genere di disco regalargli quest'anno. Quest'anno che sarà l'ultimo che passeremo insieme. So già che ci saranno un paio di canzoni che lo faranno morire dal ridere, perché i nostri cd hanno un po' anche quel senso lì, mettere brani magari non epocali ma che solo noi sappiamo che ci farebbero ridere di brutto. E allora dopo la canzone di Maradona e "Se mi lasci non vale" di Iglesias, so che metterò anche i Beirut. Che a me piacciono tanto, mentre lui mi sa che li apprezza ma da buon vecchiardo qual è snobba un po'.


martedì 2 ottobre 2012

sunshine

In ogni caso... volete sapere come cazzo ci si fa male a suonare la Timba?Doveste mai appassionarvi, così tanto, come mi sono appassionata io allo strumento, sappiate che le conseguenze - specie se non avete ancora imparato a mettere bene le mani nonostante ve lo abbiamo spiegato mille volte - sono quelle che vedete qui.




Sappiate che urlerete, bestemmierete e riderete dal nervoso quando:

- l'indomani metterete le mani sul volante della vostra auto
- darete un buffetto simpatico, a mano aperta, a vostro nipote
- chiuderete con la maniglia le finestre
- cercherete di aprire un barattolo di olive con tutta la forza che avete
- giocherete a calcetto con vostro nipote e perderete perché non riuscite ad impugnare come si deve le manopole
- durante una partita a scopa con degli amici batterete forte la mano sul tavolo dopo aver fatto quattro scope consecutive (con-se-cu-ti-ve!)
- chiamerete, battendo le mani, il cane di un amico
- cercherete di abbattere una zanzara

le bestemmie più creative vi verranno invece nei momenti più dolorosi, ovvero quando:
- aperta l'acqua della doccia metterete la mano sotto il getto per sentire se è troppo calda

- dopo una cena con amici metterete il tappo di sughero alla bottiglia del vino e batterete sopra il tappo con la mano aperta (un open tone, per intenderci...) per farlo entrare bene. 


Vieni, vieni a suonare nei Mitoka che ti diverti... 'fanculo

lunedì 1 ottobre 2012

now I’ll be bold

Non ho molto tempo, oggi sono una trottola impazzita. Dormo sempre meno e senza nemmeno accorgermi che sto dormendo. Il tempo passa veloce, odio quando mi dicono vedremo perché penso che non voglia proprio dire un cazzo e soprattutto perché non ho cinque anni quindi se uno deve dire NO tanto vale che dica NO, anziché un cristo di vedremo.

Sabato sera sarei dovuta andare alla festa di apertura corsi dei Mitoka. Perché? Perché dopo i due mesi fatti a maggio e a giugno mi sono iscritta per l'anno 2012/2013 con tutte le buone intenzioni di imparare come si suona una dannata Timba. Cosa che avrei potuto fare con l'orchestra senior, quella seria, sabato sera, durante il mio primo concerto da junior con l'orchestra figa. E invece? E invece al pub si è ammalata la cuoca, il Cavaliere Mascherato è impazzito e i santi e la Madonna sono scesi a terra mentre al Bambin Gesù, per via di tutte le bestemmie, son mancate perfino le forze per mandare un fulmine a colpire. Io ho rinunciato alla mia serata per lavorare, da sola, dietro al bancone di un pub con un centinaio di persone in piedi a chiedermi birre su birre mentre la giuve batteva la maledetta roma e mentre il Cavaliere Mascherato per rilassarsi ha deciso di pulire la cassa. Risultato? La cassa è caduta, si è aperta, la moneta è andata ovunque, i soldi in carta pure, la chiave si è rotta dentro e il cavo collegato alla stampante in cucina e all'iPad si è strappato. Conseguenza? Io che me vado dal pub su una scia di bestemmie e dicendo al Cavaliere solo questa frase: testa di cazzo, sei una testa di cazzo.

Sono ritornata poco dopo, pronta a mettermi al lavoro. E' stata una serata di duro lavoro, avevo il groppo in gola per non essere a bere, suonare e a fare casino con Le Ragazze che erano tutte dai Mitoka, ma è stata un vera soddisfazione chiuder una serata come quella di sabato lavorando in tre e con il nuovo menù che partiva.

Il Cavaliere è più bello che mai, e io lo prendo in giro sempre di più... non vedo l'ora di riportarlo a veder i Mumford quando torneranno a suonare in Italia. Adesso esce il nuovo album, finalmente, a breve sono certa di vederli ancora su un palco... Guardate che spettacolo:


venerdì 28 settembre 2012

old story, same old story

Mi sa che se trovo due minuto preparo un bel post sulle mie vacanze in Cornovaglia. Non è poi che ci metta molto a postarvi qualche foto è... è che so che poi mi viene sa scrivere e la tiro lunga.

Dai, mi metto all'opera. Intanto vi lascio con la canzone del giorno.


A me piacciono e son sempre piaciuti. Non li cito mai come gruppo, nel senso che quando parlo di musica come riferimenti stilistici non ho mai fatto riferimento a loro. Ma li ho visti in concerto. Per la redazione. Ero stanca, ne parlavo anche tra queste pagine. Avevo una settimana di fuoco, con in mezzo un’intervista a casa della Vanoni ed ero psicologicamente a pezzi. Quindi? Quindi niente, mi sono ritrovata tra gli spalti con il mio collega storico a vederli e… mi sono divertita, ho cantato e sono stata bene. Fanno un bello spettacolo, folkloristico, con colpi di scena, cambi palco, roba da ridere insomma. E poi a me il nuovo singolo piace. Cioè il ritornello mi fa sentire come un'adolescente californiana alle prese con Ryan di O.C. (che a me faceva schifo, ovviamente preferito Seth)


mercoledì 26 settembre 2012

I'm coming up only

ieri sono andata sotto invito di Zelda Was a Writer, ovvero della carissima Cami, in Ticinese in questo locale adibito a blogger party. Mi ha detto Cami che per la settimana della moda hanno chiamato lei e altri 6 blogger dicendo loro di organizzare qualcosa in uno spazio (ve la racconto alla bruttodio, dai). La Cami ha la fortuna di essere circondata da persone altrettanto laboriose e belle come lei. E' un mondo che a me non appartiene: abiti vintage, teatro, incontri, scambi, cose belle, e tutte quelle cose lì che lei è bravissima a mettere insieme. Sarà per questo che mi piace tanto, perché fa le cose sempre ben fatte, che a me non verrebbero in mente, ed io ci sguazzo che è un piacere, assorbendo un po' di tutto.

Dopo un breve saluto e un bicchiere di birra (il ragazzo che si occupava del bar voleva a tutti i costi propinare a chiunque la nuova Beks a limone... "ciao vuoi assaggiare..." "no, grazie", "ciao vuoi provare la..." "no grazie", "ciao abbiamo la nuova..." "no. grazie"), sono fuggita a raggiungere le ragazze, c'era la festa dei vent'anni della cooperativa di Baggio in cui lavora Pèola, ho giocato a calcio balilla e sono stata bene. Ritornata all'ovile, ovvero al pub, ho avuto il piacere di concludere la serata con quattro chiacchiere fatte bene, tra una Oyster Stout e qualche sigaretta.

La band del giorno è quella dei Band of Horses, sono di Seattle, fanno indie rock folk bla bla bla, quelle cose che piacciono a me e agli hipster che odio tanto insomma. Ma loro per gli hipster sono di gran lunga troppo raffinati. Hanno suonato al Rock in IdRho l'anno scorso con Iggy Pop, Hives e Foo Fighters... cast meno adatto non gli poteva capitare, infatti non se li è cagati nessuno e nel contesto ne sono usciti anche come quelli noiosi. Tant'è, noiosi un po' lo sono, ma d'altronde, lo sono anch'io.


martedì 25 settembre 2012

what a wonderful world



Sabato siamo riusciti finalmente a festeggiare i quarant’anni di matrimonio dei miei. Belli loro, come due pappagallini in amore. Poi c’erano anche i miei fratelli e le rispettive, più quel nano di mio nipote che è proprio un bel fighetto. Nota a margine: sono stata semi-rimproverata per essermi scordata il compleanno di mia cognata, madre di mio di nipote, moglie di mio fratello soprannominato Ponch.


Embè? E chi cazzo la frequenta, scusatemi, mia cognata? Chi ci è mai uscita a bere una birra e a fare due chiacchiere? Non io, di certo. Che tra l’altro mi piace anche, e molto direi. E’ tosta e in gamba, ma non siamo mai andate oltre ai convenievoli. E quindi? Gli auguri? E che cazzo ne so. Poi è nata a luglio, i compleanni che cadono da giugno ad agosto non me li ricordo. Mai. Quindi gnente, auguri non pervenuti. Scatta l’smscodatralegambe con due mesi di ritardo e pace fatta. Poi, se mi avessero ringraziata del regalo che ho portato a loro e del furgone spaziale che ho regalato a mio nipote di ritorno dalla Cornovaglia, magari avrei gradito. Ma non importa, quella stronza sono io. Se io mi dimentico sono quella che non gliene fotte un cazzo, se si dimenticano di ringraziare loro, i grandi, allora è colpa che sono sempre di fretta e impegnati e “sai come siamo io e tuo fratello, abbiamo la testa fra le nuvole”.
Ambè.

Comunque. La giornata è iniziata strana, con il cavaliere mascherato che si aggirava tra gli armadi e se n’è uscito ad un certo punto con un camicia. Nera. Della Polo. Lo guardo stranita: 
“Che ci fai tu con la camicia?” 
“Be’, ho visto il ristorante su Internet, penso sia gradita” 
“Sì ma tu puoi fare quello che vuoi, puoi venire anche con la maglietta del pub, se ti pare” 
“Tranquilla, va bene così”.

Ennò, caro cavaliere! Se mi metti la camicia, cosa apprezzabile, fai che sia almeno pulita. Pulita lo era, anche profumata, ma aveva addosso una quantità di peli (polvere etc) da far paura, cosa che mi ha costretta, come una vera fidanzatina rompi cazzo, a rincorrerlo tutto il giorno con le mani bagnate cercando di rimediare al danno.

Vebbe’, usciamo di casa in orario, per ora non mi posso lamentare.
Per il resto della giornata il cavaliere non ha quasi proferito parole e si è trascinato ovunque andassimo per via di un mal di schiena fulmineo e di un sonno che non gli dava pace (era rientrato dal pub alle 4 e alle 9 è suonata la sveglia).

Siamo stati sul lago Maggiore, abbiamo mangiato splendidamente ad Arona, e ho subito i costanti commenti acidi dei miei fratelli e delle loro mogli su camerieri, abitanti del paese, clienti del ristorante, bigliettai dei traghetti e via discorrendo. Ho rollato una sigaretta e ancora, per l’ennesima volta, mi sono sentita dare della poveraccia. Tra le righe è, sempre tra le righe.
Siamo andati da Arona ad Angera. Quaranta chilometri. Bella Angera, direte voi. Ad averla vista, potrei confermarvelo, peccato che una volta lì abbiamo preso il traghetto perché in nipotino ci voleva salire. Per andare dove, il traghetto? Semplice, sulla sponda di fronte. E cosa c’è sulla sponda di fronte? Arona. Cinque minuti di battello per ritornare dove eravamo al ristorante, fare un giro di dieci minuti in un posto dove eravamo appena stati e poi riprendere l’imbarcazione per tornare ad Angera, dove avevamo l’auto. Evviva.

La giornata si è conclusa in fretta. I miei li ho visti felici, e questa è l’unica cosa che per me conta. E poi sono belli, cazzo. Anche quando sembrano Falcone e Borsellino.



giovedì 6 settembre 2012

I seek to cure what's deep inside

Metto l'opzione random alla mia libreria iTunes e parte la gloriosa "Africa" dei Toto, un brano che mi ha sempre fatto sbarellare. Pacchiano e melodico in un puro stile anno Ottanta, un ritornello da cantare sotto la doccia sempre e comunque e quel non so che che alla fine non ti stanca mai.

Lo ascolto. Poi mi soffermo a pensare.
Cazzo, vi rendete conto che il mio ex ragazzo mi ha tradita con la cantante di una cover band brianzola dei Toto?

La domanda è: esiste qualcosa di più deludente?





martedì 28 agosto 2012

avrò la faccia più dura...


Non so da dove cominciare. Facciamo come quando lasci un fidanzato che ci pensi e ci ripensi e poi sputi il rospo nel peggiore dei modi perché regredisci con il cervello fino a tornare ad avere due anni.  
Okay lo dico: a fine anno lascio il lavoro. Lascio la redazione, lascio quella che per otto anni è stata la mia casa, la mia cucina, la mia scrivania, la mia macchina del caffé, il mio bagno, il mi palazzo, la mia entrata, le mie scale, le mie porte, le mie finestre, il mio portinaio. La mia vita. Per me che di anni ne ho ventotto, otto passati a lavorare qui, sono davvero tutto. E’ forse per questo che non mi sono mai trovata con i miei coetanei: mentre voi dovevate ancora terminare l’università e pensavate a fare l’Erasmus a Siviglia, io andavo in giro a intervistare Ornella Vanoni, Ligabue e Capossela, mi smazzavo concerti tutte le sere, andavo a fare la giurata ai concorsi a Roma, andavo all’estero alle prime dei grandi artisti stranieri, rifiutavo di apparire in televisione alle finali di X Factor e al Festival di Sanremo e lavoravo anche in un’etichetta discografica, facendo la tour manager a tempo perso. 
Lascio. Lascio senza avere trovato altro perché è facile mollare qualcosa dicendo “ho trovato di meglio”, più difficile e più doloroso è dire a qualcuno “ti lascio perché voglio lasciare te, e basta”. Se non procurassi dolore non sarei io. E quindi eccomi all’abbandono del lavoro della mia vita.
Che negli anni, della mia vita lo è diventato sempre meno. Troppo veloce tutto e tutti quanti intorno a me. Forse aver cominciato quasi dieci anni fa quando era già tanto se avevi un profilo finto su MySpace, è stato alla lunga rovinoso. Forse adesso, è tutto troppo lontano da me. Adesso che in due anni è cambiato tutto, che se non hai Facebook e Twitter non sei nessuno, che ai concerti ci si va solo in cambio di una recensione, che le dirette dai live le si fa via Twitter, che le serate di Sanremo si commentano con l’iPhone, che se vai ad intervistare un artista devi sucarti le chiacchiere tra lui e i giornalisti fighi di quello che si scrivono a vicenda sui social, per me non c’è più spazio. E forse è colpa mia, colpa mia che rifiuto tutto questo anziché allinearmi con i tempi. Ma io non sono una di quarantacinque anni che nei social riscopre la nuova vita ed impazzisce per ‘ste cose. Io sono un po’ come quello abituato alle videocassette che si lamenta che in giro non vendono più videoregistratori, e allora anziché fare il digitale terrestre e comprare il lettore dvd non guarda più la televisione.

Non rido più. Io ho imparato a fare giornalismo con tutta l’umiltà del mondo, con la testa sempre alta, attenta a tutto, innamorata delle finezze e dei dettagli che rendono a volte questo mestiere uno dei più belli del mondo. E allora vedo arrivare i nuovi stagisti, che rispondono che questo non gli piace, che quello non lo conosco, che di quell’altro loro non sanno nulla e quindi non possono lavoraci sopra perché ‘non è roba loro’. E se ne stanno lì, senza la curiosità che a me invece divorava, che non mi faceva dormire la notte. Rimangono lì senza quel batticuore delle prime interviste, senza quel prendersi responsabilità sulla buona riuscita di un progetto, che tanto “sono qui per poche lire e se mi gira mollo questo posto e me ne vado in un altro”. 
Io no. Io, stronza, me ne sono innamorata di questo posto, gli ho voluto bene e l’ho difeso con i denti sempre e comunque. Ci ho messo l’anima, le idee, l’impegno, senza ritorno economico. Mi sono presa le mie soddisfazioni lavorative (quelle che per altri sono cose normali o addirittura noia), ho goduto fisicamente ed emotivamente ad ogni busta aperta a mio nome con dentro un nuovo disco, che fosse quello della vita o quello più brutto dell’anno. Ho allacciato rapporti unici con uffici stampa straordinari quando si sa bene che tra giornalisti e pr non scorre buon sangue. Ho sempre giocato in seconda linea perché penso che ognuno debba conoscere i propri limiti e prima di farsi fregare debba sapere dove posizionarsi al meglio, e io so di essere un’ottima spalla per tutto, ma non fatemi fare la parte della protagonista. Non sono mai stata sicura di nulla nella mia vita di come sono sicura di sapere fare bene quello che faccio e aver avuto uno dei migliori maestri. 
Un maestro che quando gli ho detto che avrei mollato il colpo, mi ha sorriso e dopo due giorni mi a chiamata nel suo ufficio per capire ‘cos’altro potevamo fare’. E io mollo perché non ce la faccio più, perché per quanto non ne abbia mai fatto una questione economica (che poi siam tutti sulla stessa barca, qui), quando viene a meno la credibilità professionale non c’è molto altro da fare. Quando qualcuno in otto anni non ha capito quanto valgo e cerca di mettermi nell’angolino, perché è convinto che io ami talmente tanto questo posto da non lasciarlo mai, allora bisogna dirgli che sta sbagliando. Sbagliando di grosso. Almeno su di me. Che non sono come voi, questo è poco ma sicuro. Cosa me ne faccio dell’essere diversa da voi e senza più un lavoro? Non lo so, di certo non voglio le vostre pacche sulle spalle del tipo “guarda anche io, non fosse per il lavoro mollerei subito i social” oppure “come ti invidio, cambierei anche io ma sai, il mutuo”. E non voglio nemmeno sentire commenti del tipo "sì sì, fai la persona originale e unica che intanto il mondo passa e tu rimane indietro con il culo a terra". Ecco, ‘ste cose, sacro sante e fondamentali, tenetevele lì. Volere è potere. Non mi sento sfigata, mi sento libera. E non è un gesto plateale che qualcuno scorderà. E’ la mia vita e chi vuole se la tiene a mente, non ho mai fatto nulla per costringere qualcuno a pensare bene di me, e non inizierò certo adesso. Anzi.



lunedì 27 agosto 2012

così è, se vi pare

Da tempo leggo il blog della Zitella Acida, e da tempo mi faccio delle grandi risate e condivido con chi posso i suoi blog. Lei è molto brava, brillante e fa un sacco ridere, è riuscita a fare di una passione quasi un impiego (i blog, a ritmi elevati richiedono molto tempo e dedizione… motivo per cui il mio è così scarso), cosa che ovviamente ha scaturito attacchi e prese di posizione da parte di lettori che lasciano il tempo che trovano. Mi spiace per la Zit, ma più mi spiace per chi - a differenza sua - non c’ha un cazzo da fare nella vita che stare attaccata alle chat, ai blog, a twitter a fb e così via, cercando di dire la propria ovunque facendosi forza sul concetto del ‘Non te l’ho detto io di aprire il blog e di farti figa prendendo per il culo gli altri per cui adesso prendi i miei insulti e taci’. E’ vero, nessuno ci chiede di di scrivere della nostra vita o di quella degli altri su queste pagine, ma a noi piace così. A noi piace parlare per metafore, cercando di spiegare cose comuni prendendo spunto da un episodio specifico, che ci teniamo stretto il più possibile, senza fare nomi e cognomi. E voi dovreste prenderle così queste cose, leggerle, sorridere se vi và, cambiare blog se vi annoiamo, ma capire anche che certe cose scritte sono cose di un momento, sono portate all’esasperazione perché altrimenti non ci sarebbe nulla da ridere ma solo da piangere, e noi vogliamo farvi ridere. E quando scriviamo qualcosa di serio e ahimé ritorniamo sulla terra come della comuni mortali, mostrandovi un po’ di vulnerabilità e di sensibilità, ecco, trovo di cattivo gusto entrare a gamba tesa e criticarci. Noi non vogliamo mica piacere a tutti, per Dio, vogliamo solo scrivere come sappiamo, parlare di quello che meglio conosciamo e se vi piace bene, altrimenti non c’è problema. Noi non abbiamo aperto un blog per giustificarci di quello che scriviamo e nemmeno per insegnare qualcosa a qualcuno. Si spera che chi legge quello che viviamo o che vive qualcuno per noi possa solo essere di condivisione e casomai, se proprio necessario, di discussione. Non vi chiediamo di approvare nulla e non pretendiamo l’adorazione a prescindere. Solo è il nostro spazio. Se diventa popolare perché di diffonde a macchia d’olio, dovete sempre ricordare da dove siamo partite e quale è lo scopo vero di queste pagine: sfogarci giocando sull’anonimato, strappando un sorriso a chi legge, confortando chi passa qui per caso e si ritrova nelle nostre parole, e soprattutto prendere consapevolezza di quello che proviamo, perché quando ci rileggiamo, e noi blogger lo facciamo, ci rendiamo conto veramente di cosa stiamo passando. E’ terapeutico. Lasciatecelo fare.

martedì 10 luglio 2012

that's the time, I love the best


Va be’ non ve l’avevo ancora detto ma forse è arrivato il momento. Nel giro di un mese ho preso tre grandi decisioni. Tre grandi decisioni che mi cambieranno un po’ la vita futura. 

1. A fine anno, dopo nove anni, lascio la redazione.
2. Del Piero ha dato l’addio ufficiale alla Giuventus. A inizio stagione, dopo tutta la vita, smetterò per la prima volta dopo ventiblabla anni di interessarmi del mio calcio.
3. Da un mese suono la Timba nei M. S.

Parliamo di quella più seria: io suono.
Io che ho sempre alzato gli occhi al cielo bestemmiando di noia ogni volta che il mio ex ascoltava una canzone e mi diceva ‘qui l’arrangiamento non funziona’, ‘qui l’accordo è fatto male’, ‘qui manca il groove’. Io che ho sempre voluto l’orecchio vergine, senza saperne troppo di musica per poter godere di tutte le canzoni del mondo. Io che arrivo da una famiglia di quasi musicisti. Io che sono cresciuta con in casa mille clarinetti e un pianoforte che usavo come mensola. Io che ho preso uno schiaffo da mio fratello perché lo prendevo in giro quando mi insegnava solfeggio e lo imitavo facendogli il verso. Io che staccavo il peso del metronomo per vederlo andare a mille all'ora e mia madre mi dava una sberla perché ‘non è un giocattolo’. Io che spezzavo le ance del clarinetto di mio fratello perché mi divertivo. Io che stavo uscendo da Daminelli Pianoforti con in mano un violino e alla frase di mia madre ‘Dani sei sicura?’ mi sono girata e l’ho rimesso al suo posto, uscendo dal negozio con la testa bassa. Io che alle medie quando suonavo il piffero lo suonavo solamente per poi innondare i miei compagni di saliva e condensa che si accumulava dentro al flauto. Io che per anni, vedendo l’altro mio fratello suonare il flauto traverso ho cercato di capire soltanto come si facesse a tirare fuori il suono e non ci sono mai riuscita, bollandomi da sola come deficiente. Io che nemmeno ‘Amici come prima’ e ‘La canzone del sole’ sono riuscita ad imparare a suonare con la chitarra. Io che, dopo mezz’ora che parlo di musica, mi chiedono ‘Cosa suoni?’ rispondo schifata e snob ‘Ma niente, ovvio. Io non voglio imparare a suonare. Io voglio la musica così com’è’.

Ecco, io suono la Timba. Che è una roba così:





E sapete cosa suono? Ritmi sudamericani. Io non sopporto i ritmi sudamericani. Io non sopporto il reggae. Io tifo per l'Argentina, non per il Brasile.
E invece suono nei Mitoka Samba e non sono mai stata così coinvolta prima. E’ iniziato tutto durante la manifestazione del 25 aprile: “Dani raggiungici, siamo dietro ai Mitoka’. 

MITOKA CHE?

Raggiungo le amiche. Stanno dietro a una quindicina di persone vestite di bianco che suonano tamburi, tamburelli, campane e robe varie. E mentre suonano camminano. E mentre camminano ballano. E mentre ballano ridono. E mentre ridono si guardano. E allora pensi che accada ancora dell’altro, invece non accade più nulla, ma sei già innamorato di tutto questo che nemmeno te ne accorgi. 

Una di loro, una dei Mitoka, si gira e saluta una mia amica. Ci invita ad andare ad una lezione prova. Ci andiamo. Ci presentiamo, a modo nostro e solo nostro. Ci sediamo e osserviamo l’orchestra Junior provare. Terminano e l’insegnante ci chiede di avvicinarci allo strumento che più ci è piaciuto. Ed ecco che la Timba mi chiama. Ed io rispondo. Me la metto addosso, con un’imbracatura da paracadutista me l’assicuro alla vita, sotto l’ombelico, e ci appoggio le mani sopra. La tocco. Mi tocca. 
Il maestro è bravo e simpatico, molto autorevole ma ironico. Dopo cinque minuti abbozziamo già una mezza cosa tutti insieme. E rido. E mi muovo. E sento il ritmo che tanto mi faceva cagare. E mi piace, dannazione. E’ un piacere anche se mi rendo conto che l’unica che suona la Timba sono io. Da sola. Tutti gli altri suonano lo stesso strumento (dal tamburin, all’agogo, dal rullante al surdo) in gruppo. Io no. Maddai?

Io e Paola ci siamo ritornate. Abbiamo pagato il nostro mese di iscrizione, l’ultimo della stagione, e abbiamo fatto le prove con loro per tutto giugno. Con loro, i Junior, che suonano da settembre, ma che ci hanno accolte come fossimo sempre state parte del gruppo. E un po’ ci sentiamo così.
E allora arriva la voglia che sia presto giovedì. Giovedì per andare in periferia a Milano, imbracciare una Timba e sfogare tutte le mie ossessioni. Dal lavoro al Del Piero che se ne va. Da mia madre con i piedi gonfi che sembra la Sora Lella, ai miei fratelli che si preoccupano che io stia bene ma non del perché. Da mio nipote che non vedo da mesi a mio padre che sta meglio. Dal mio lavoro ancora che non mi molla mai al ruolo che ho io ovunque vada. Dal mio cinismo che oramai non è più una maschera ma fa parte di me a quello che ne consegue. Io, distaccata e disillusa, ho messo il cuore su una Timba e tutto ciò è così evidente che mi spaventa.

E il maestro è sempre lì, si vede che gli piace insegnare, stare lì... è un po' pavone ma è talmente capace che questo rimane solo un'esservazione. Ci dà sicurezza, non ci molla mai con gli occhi. Nemmeno quando a me scappa una bestemmia sorda e mi becca in pieno. Penso sia nato per insegnare.

E allora eccoci sabato scorso alla festa annuale. Festa che si conclude sì con l’esibizione dell’Orchestra Senior, ma anche con il debutto dell’Orchestra Junior. Ci capiamo, sì? DE BUT TO. De che? Dei JUNIOR. E io che so’? JUNIOR. Super JUNIOR. Da quattro settimane. Cristo.
La giornata si svolge tra laboratori di strumenti musicali, saponette con la lana, birre in lattina, vendita di roba da mangiare (che alcuni chiamano pappa con mio sommo sbigottimento), partite a calcio balilla, zanzare, zanzare, sorrisi, zanzare, grattate e bella gente. Poi arriva il momento. Tocca ai Junior, chiamati a gran voce nello spazio interno per la loro esibizione. E’? Tocca a noi. Tocca a me e alla mia Timba. 

Mi accerto che un senior suonatore di Timba mi presti la sua cinghia. La provo, va a pennello, non devo nemmeno regolarla. Provo ad indossare lo strumento. Mi tremano le gambe. Mi sudano gli stinchi e le cosce dove appoggia il busto della Timba. La saliva non c’è più. 
Il maestro inizia, e noi con lui. Poi arriva il momento.
Il maestro fa segno di chiudere - non saprei ripetervelo, fa un sacco di segni con le mani per chiamare gli stacchi e non c'ho ancora capito una sega -, ci fa segno che non dobbiamo suonare perché tocca ai tamburin lì davanti fare il loro assolo. Assolo? Cosa? Chi? Perché? Bravi. Non sapevo ci fosse un assolo di tamburin nel pezzo, non me ne ero mai accorta. Il maestro presenta i tamburin ognuno con il loro nome, scatta un grande applauso. Applauso? Nome? NOME? 

‘Fanculo. Magari mi sbaglio. Magari lo fa solo con loro. Sicuramente lo fa solo con loro, anche perché non mi sembravano stupiti come me, i miei amici tamburin.

Col cazzo. Il maestro chiama i rullanti. E loro rispondo. E lui li presenta, a gran voce, sopra un grande applauso.
Tutti intorno sono eccitati. Tutti tranne me e la mia faccia. Io sono pietrificata, il sangue ha smesso di circolare e sento freddo, manco stesso morendo. O forse è proprio così. La mia faccia invece è crepata, nel centro. E dalla crepa escono dei VAFFANCULO enormi.
Maestro, simpatico come la sabbia nelle mutande, specie in quel momento, mi guarda perché ha capito che ho capito. 
Io lo guardo e scuoto la testa facendo segno di no. Ripetutamente. 
Lui mi guarda e annuisce, facendo dei grandi Sì con la sua, di testa.
Ripetiamo questa mossa ridicola velocemente per tre volte, finché non fa il giro, si avvicina a me e nell’orecchio mi sussurra: ‘Tranquilla, non ti lascio da sola’.

Da sola? Mavaffanculo.

Faccio sì con la testa anche se in realtà non mi si muove più un muscolo del corpo.
Negli occhi ho il terrore di una bambina davanti al bau bau.
‘Fanculo.

Tocca a me e ovviamente nemmeno me ne accorgo. Il maestro in una frazione di secondo si avvicina ad un surdo e su quello strumento mima quello che devo fare, che è l’unica cosa che so fare, semplice e facile facile.
Ci sono cinque secondi di vuoto, di buco sonoro, di silenzio assordante. Ed è perché io non ho capito che tocca a me e non capito che cosa cazzo devo fare. Quando lo capisco il maestro un po’ ride e io alzo le spalle come per dire ‘a vabbe’ e dimmelo subito no?’.
Da sola, io la Timba e basta, nessun altro strumento. Io da sola con le mie mani gonfie per il sangue che pulsa alle dita. Io e la mia Timba che spesso è sorda perché ancora non ho capito come si fa a mettere bene le mani senza farsi male e a far uscire un cazzo di suono decente che metta d’accordo tutti. E invece il suono esce. Poco pulito, ma esce. Mi sembra un’infinità ma per dieci, forse quindici secondi ho fatto il mio assolo guardando in faccia tutti e sorridendo come se quella cosa la sapessi fare da quando sono nata, come se non avessi mai fatto altro in vita mia.
Nel frattempo sento la voce del maestro: ‘E’ con noi solo da quattro settimane, un applauso a D. alla Timba’. Lo odiavo fino ad un minuto fa, ora è bello come il sole.

E tripudio sia, coriandoli, trombe, stelle filanti, lo stadio impazzito, cori… Esagero, certo, ma nella mia testa è stato così.
Inutile dire che da quel momento, inaspettato e arrivato troppo in fretta, è stato solo divertimento ed emozione allo stato puro.
Eravamo un treno lanciato a mille all'ora, precisi, carichi e felici, tutti insieme a suonare ‘sta cazzo di samba che tanto odiavo. Ad un certo punto ho sentito come se qualcuno ci stesse cantando sopra. Non era così, ma l’armonia del suono mi ha fatto vedere il maestro come se fosse la Madonna. E forse è così.

Grazie a lui, ai Mitoka e ai miei compagni di viaggio, io suono.


venerdì 6 luglio 2012

true love

"Mamma voglio mangiare da Meddonals"
"No mi dispiace, il mac è per i grandi"
"Ti prego, a Leonardo i suoi lo portano sempre"
"Quando in un'altra vita sarai fratello di Leonardo, andrai anche tu a mangiare al fast food con i nuovi genitori..."
"Ti prego solo per questa volta"
"Ok allora, facciamo così. Entriamo e ci prendiamo le patatine fritte, ok? I panini i bambini piccoli non li possono mangiare. Va bene?"

"Mamma IO voglio mangiare da Meddonals!!!"
"No Sebastiano!"
"Allora le patatine fritte non le voglio più!!"
"Mmhh... Mi è venuta un'idea, perché non torniamo a casa e le facciamo insieme le patatine fritte?".
"Ma no mamma, a me piacciono quelle di Meddonals…"
"Ma lo sai che le patatine del Mac le cucina la tua mamma?"
"Non è vero..."
"Ti sei mai chiesto come mai sono sempre in ritardo, sempre di fretta e con la testa tra le nuvole? E' perché penso sempre a come cucinare in tempo così tante patatine per tutti i bambini. E non è mica facile sai, c'è una ricetta speciale da seguire…"




A scuola

"Bambini che lavoro fanno i vostri genitori?"

"Il mio papà beve la birra e quando non va allo stadio costruisce gli occhiali per la gente ricca. La mia mamma cucina le patatine fritte per tutti i bambini del Meddonals".


Ecco. Non so perché ma tempo fa ho ipotizzato una situazione simile.

bla bla bla (fanculo)

Ascoltare Glen Hansard (che mi fa cacare) per non sentire la mia collega bionda che parla con il MIO collega-amico un tempo innamorato di me. E parlano come parliamo noi. Cioè lei in ufficio da lui, e ridono. Cazzo ridi, sei bionda, CAZZO RIDI?
E poi che argomenti vuoi avere, èh? Sai qual è la canzone mia e sua, cara biondina? E' "E ti vengo a cercare" di Battiato. E sai cosa dice la canzone, biondina ricca? Dice che 'mi piace ciò che pensi e che dici, perché in te vedo le mie radici"... Capito, ragazzina con le ballerine che fai tanto l'alternativa? Tu che cazzo di radici vuoi avere in comune con lui? Sai parlare il dialetto milanese? No. I vostri papà vi hanno parlato e raccontato le stesse storie di paese quando eravate piccoli? Conosci a memoria le canzoni italiane più melodiche e sdolcinate del mondo? No. Ne sai di calcio quanto ne so io? No. Hai amici che superino i trent'anni? No. Hai mai visto Marrakech Express sapendolo citare a memoria, cristodiddio? No. E allora cosa cazzo ci parli a fare con il MIO collega?

Vecchia. Sono vecchia. Lei è figa, intelligente, brillante e brava, ed io sono vecchia. E lei è brava. E pure simpatica. Con me pure. E' simpatica, capite?

a voi lo risparmio Hansard, metto una canzone strappalacrime.



martedì 12 giugno 2012

blonde on blonde

Ieri stavo di merda. Un'inquietudine totale. Avevo uno che mi aspettava in redazione per una mezza intervista informale e si è presentato con il cane (un cocker... un cazzo di cocker) e la fidanzata (sìsì, la fidanzata). Per togliermi dall'imbarazzo della situazione ho deciso di uscire dall'ufficio e andare con loro due e il cazzodicocker a bere un caffè. Quando sono rientrata in redazione metà pomeriggio era già volato via, mentre il rimanente mi è bastato si e no per organizzarmi il lavoro.
Sono uscita per andare al Pub dal Cavaliere Mascherato con quella sensazione stupida di non aver quagliato molto a livello lavorativo, tanto che mi sono messa a scrivere due o tre pezzi che avevo indietro, come per tamponare i miei sensi di colpa. So anche cosa c'era che non andava ieri: la grafica della redazione, dopo una mia segnalazione di un baco del sistema, mi aveva scritto che la mia nuova collega bella e bionda le aveva già detto del problema e di stare attenta che mi stava soffiando il posto.
La grafica ha detto tutto bonariamente, è molto gentile e brava e per nulla maliziosa, e so che stava scherzando. Io sono quella che le segnala sempre i bachi del sito e quando riceve una mail da parte mia si mette sempre le mani nei capelli, maledicendomi bonariamente. Ecco. Quella frase "Me l'ha già segnalato lei, stai attenta che ti soffia il posto", mi ha mandata in malora. Sono invidiosa? Sì, tantissimo.
Non sono invidiosa, forse sono gelosa.
Questa è bionda, ha dei capelli bellissimi, del tipo spettinati a caso da top model, ha un bel fisico, sta bene con tutto e azzecca tutti i colori dei vestiti che le fanno risaltare la pelle già abbronzata perché c'ha la casa al mare ed è entrata nelle grazie di tutti perché è pure brava e ha quest'aria sempre sofferente che fa molto ridere, anche se in realtà è quel pacchiano misto cinico che alla sua età fa un po' ridicolo, ma che in realtà ricorda un sacco a me cinque anni fa.
Insomma. Pure il mio collega che stravede per me non fa altro che parlarmi di lei: mi racconta della sua famiglia che è surreale (non entro nei dettagli), mi racconta cosa fa, cosa dice, cosa succede con lei quando in redazione io non ci sono (cioè tutte le mattine e tutti i pranzi)... me ne parla così tanto che l'altro giorno, mentre andavamo al concerto del Boss mi ha detto che ci sarebbe stata anche lei. Quando, prima che iniziasse il live, mi ha detto 'te l'ho detto che c'è anche....', io ho sbottato dicendo 'Sì cazzo, è la terza volta che me lo dici', frase che ha fatto impallidire lui e il mio Cavaliere Mascherato che non ha capito un cazzo.

Ecco come sono ridotta. Gli anni passano, non ne ho nemmeno trenta ma me ne sento cinquanta. Non sono più io il fenomeno di turno, ormai ho mollato le redini e mi faccio portare dal vento. E sta stronza sta prendendo il mio posto!


Oggi va molto meglio. Stamattina mi sono svegliata con la camera da letto allagata e quando ho messo giù i piedi sono entrata in una spanna d'acqua piovana. Il Cavaliere Mascherato si è armato di pistola spara tutto e ha tolto le foglie che intasavano il terrazzo e che avevano fatto ristagnare la pioggia creando una vasca di acqua che si è riversata in camera e dalla camera giù per le scale fino in sala e dalla sala giù per le scale fino in taverna. CAPITE? Ed erano solo le sei del mattino.




Uccidetemi. O datemi dell'alcol.



sabato 2 giugno 2012

Dire, fare... testamento

Il mio scarabeo e' defunto definitamente. Lo sapevo che non avrei avuto molta fortuna con il due ruote, in fondo non ne ho mai portato uno e le poche volte che mi e' capitato sono sempre finita a terra, con conseguenze tragiche tipo il dover rimborsare lo specchietto retrovisore rotto all'amico che mi aveva prestato lo scooter, o peggio (molto peggio, credetemi...) dover dire a mia madre che avevo rotto i jeans nuovi.

Il mio scarabeo blu, classe 2000, lo avevo ereditato da un conoscente; "Vai tranquilla, cambi la batteria, gli togli un po' di polvere ed e' come nuovo".

Seeeeee. 'Sticazzi, 500 euro dal meccanico.

Di recente mi ha abbandonato in zona San Babila, uno dei pochi posti a Milano dove non c'è traccia di meccanico nel raggio di 15 km.
Mi sono armata di buona volontà e una manciata di bestemmie e ho raggiunto in 3 mesi, con scooter a spinta, un meccanico in viale sabotino.
Lo scooter e' andato, fine.
Deve cambiarmi candela, marmittone testata e non ne vale proprio la pena.

"Signorina non le conviene metterlo a posto"
"Ma a me serve...."
"Sì ma le costerebbe più di 300 euro e non ne varrebbe la pena"
"Proprio no?"
"Che vuole che le dica, e' pure catalitico e tra poco non potrà più nemmeno circolare"
"Ah. Ok"
"Secondo me le conviene demolirlo"
"Addirittura? Pensavo di darlo dentro, come si fa con le automobili, magari riesco a comprare un usato facendo in minimo di affare..."
"Signorina mi dispiace ma mi sa tanto che non le daranno niente per questo motorino..."
"Ok, passo domani a ritirarlo e a saldare il conto"

Telefono poco fa:
"Pronto buongiorno, sono bla bla bla"
"Chi?"
"La ragazza della scarabeo, quello che non si può più aggiust..."
"COME NON SI PUO' AGGIUSTARE?"
"Be', ero rimasta che..."
"CHI LE HA DETTO UNA COSA SIMILE?"
"Be' voi. So che tra candela marmitta e testata non mi conviene metterlo a posto..."
"Mi scusi, ma il suo è lo scarabeo grigio?"
"No. E' lo scarabeo blu."
"Ahhhhh okay, venga pure a portarselo via..."


'fanculo

giovedì 3 maggio 2012

a mezzanotte sai, che io ti penserò

Ora, Delio Rossi mi pare una brava persona. Mi è spiaciuto vederlo ieri sera mentre picchiava Ljajic, ventenne giocatore serbo che sostituito da Rossi, è uscito dal campo prendendolo per il culo, battendo le mani in maniera sarcastica, visibilmente contrariato da quel cambio di squadra. Delio Rossi, che per anni ha allenato egregiamente il Palermo portandolo anche in Uefa resistendo ai continui attacchi di follia del presidente mai contento Zamparini che lo esonerava e lo riassumeva come e quando voleva, è un bravissimo tecnico. E' uno sanguinio ma tranquillo, orgoglioso e carismatico, ok, ma sempre preciso e pulito, passionale oserei dire. Fino a ieri era allenatore della Fiorentina, una squadra che io da gobba dovrei odiare ma che invece ho sempre amato (Batigol foreva!). Una Fiorentina che quest'anno, dopo essere stata allenata da Mihajlovic, rischia la serie B e ieri sera perdeva 2 a 0 contro il Novara, ultimo in classifica. Una Fiorentina che tra contestazioni tra tifosi e allenatori ha passato una pessima stagione e l'arrivo del bravo e buono Delio Rossi sembrava l'ultima speranza. Una Fiorentina che da qualche tempo ha istituito il Cartellino Viola, un premio da assegnare mensilmente al miglior atto di fair play accaduto in campo (lo spiegava benissimo ieri l'uomo della mia vita Gigi Garanzini a Radio24) e che del stile per bene ha fatto la sua bandiera. Una Fiorentina che ora si trova senza allenatore perché Rossi, dopo aver picchiato il giocatore che lo ha sbeffeggiato non contento della sostituzione, è stato esonerato. Giustamente. Come altrettanto giustamente è stato tagliato fuori dalla rosa della Viola il pischello Ljajic.

Quando ho visto le immagini non potevo crederci. Avevo sentito che "Rossi ha picchiato Ljajic", ma non pensavo così. Le repliche di quel momento, trasmesse in tv mentre al pub si diceva che Buffon si è venduto la partita della mia Giuve contro il Lecce (maddai), mi hanno fatto ridere parecchio.

Non mi hanno fatto ridere perché sono a favore della violenza, ma perché, cazzo, Rossi gliele dà proprio a Ljajic. Il giocatore esce dal campo, non saluta Rossi e gli applaude dietro, mandandolo anche affanculo. Rossi si gira, lo indica e poi gli salta addosso, infrattandosi nella panchina a bordo campo e cercando di sferrare diversi colpo finché uno di questi non va a buon fine. Le inquadrature successive sono eccezionali: la prima è di Delio Rossi che si svincola da chi lo vuole trattenere, scivola fuori dalla panchina ritornando a bordo campo, si rivolte allo stadio intero e alza le mani come per dire 'tuttoapposto' (fantastico), la seconda è invece l'inquadratura di quel poveretto di Ljajic seduto in panchina tutto rosso in faccia che piange da nervoso e cerca, con quel poco di dignità che gli rimane, di sfuggire alle telecamere.

Ecco. Mi dispiace per Rossi perché so che è un brav uomo, perché lo sempre seguito con affetto e perché so benissimo che sul povero Ljajic ha scaricato tutto il nervosismo della mezza stagione che sta affrontando con la Viola. So che lo scatto di follia violenta non era indirizzato tutto al giovane serbo, ma proveniva da lontano. Si è sfogato su di lui, e, ha fatto ovviamente la cosa peggiore che poteva fare: prenderlo a pugni. Rido ancora mentre lo scrivo, consapevole che non ci sia nulla da ridere, ma quando ho visto quelle immagini ho pensato alla moglie di Delio Rossi (che potrebbe essere un nostra padre qualunque) a casa che vede quella scena e si mette le mani nei capelli dicendo "Delio, se ta se dre a fà?" ("Delio cosa stai facendo" - traduzione letterale "Delio cosa sei dietro a fare?").

E mi immagino anche che Rossi la scorsa notte non abbia chiuso occhio dal mal di cuore per aver picchiano un ragazzino.



mercoledì 2 maggio 2012

sì ma... per andare dove?

Mi hanno invitata all'inaugurazione della nuova sede di un ufficio stampa milanese/torinese. Guardo bene l'invito e mi accorgo che la locandina raffigura Mad Men, serie televisiva ambientata nella New York dei primissimi anni Sessanta ispirata ad un'azienda pubblicitaria tra drink, sigarette, abiti a palloncino, segretarie maliziose, matrimoni infelici, casalinghe e tradimenti. 

Nella mail c'è scritto che è gradito l'abito in stile del telefilm, così comincio ad entrare nel panico...



Primo perché non c'ho una lira e invece so bene che per queste cose potrei spendere soldi inutili, comprando cose inutili che non metterò mai più. Ho un totale di trecentocinquanta euro di multe da pagare, l'assicurazione dello scooter che è di quattrocento euro e lo scooter stesso, da andare a prendere in viale monte nero e trainare per i pochi km che gli mancano prima di essere lasciato da un meccanico (e quindi altri soldi).
Non mi ritengo una fashion victim, ma mi piace provare vestiti e metterli, magari anche solo per il Cavaliere Mascherato, e ogni volta che mi viene in mente qualcosa, vado e compro, senza troppo pensare al conto corrente. Sì be', potrò permettermelo, penserete voi. No. Ma proprio no. Faccio tre lavori (ufficio stampa, redazione e pub) per portare a casa uno stipendio semi-normale a fine mese, e mi basta saltare un week end di lavoro al pub per sentire il conto che piange.

Ciò detto, ho avuto pochi, pochissimi sensi di colpa nella mia vita, e per fortuna nessuno mai legato allo shopping. La sola cosa che ho imparato, è non entrare da Mango. Io se ci entro impazzisco. Mi piace tutto. Tutto.

E così, una volta accettato l'invito per la serata Mad Men, mi è subito venuto in mente di scrivere alla Zitella Acida per avere un supporto morale da parte sua e per avere un episodio tutto mio della sua serie meravigliosa Cazzomimetto.

Il risultato è stato che in pochi consigli e qualche link mi ha aperto un mondo. Mad Men non l'ho mai visto. Ho un collega che me ne ha parlato molto bene, ma essendo stata per due anni senza tv non ho mai avuto l'occasione. Mi sono messa a guardarlo con il Cavaliere Mascherato in questi giorni di riposo. Siamo arrivati a metà della seconda serie (due drogati) e sono arrivata alla conclusione che vorrei essere messa al muro da Donald Draper:





Insomma mi sono intrippata abbestia con la serie televisiva che tutti avevano visto tranne me. Il risultato è che ho invitato un'amica ad accompagnarmi all'aperitivo e mi sono fiondata a cercare qualcosa da indossare. Sono stata da H&M, spesa massima contemplata non più di 30 euro. Sono riuscita trovare questo completo che avrei voluto acquistare a prescindere dalla serata:



La camicia è molto bella e il pantalone blu elettrico pure. Peccato che io lo so, lo so e lo so, che fuori di casa vestita così alla moda e in uno stile così hypster-indie dimmerda non ci andrò mai. Non ce la faccio. Inutile. Non sto mettendo più nemmeno i Ray-Ban, capite? Bellissimo, ma l'ho lasciato lì anche perché sforava le 30 euro. Ci avrei messo un bel maglioncino giallo canarino, una scarpa con la zeppa e via che si balla. E non dite nulla su lo smalto turchese. Ho sbagliato.

Ho provato poi questo maledetto color menta che mi piace un sacco, specie quello di Zara. Le camicie, per esempio, color menta di Zara: vorrei prenderle tutte, ma poi con la camicia di seta-fintaseta ho sempre lo stesso problema: fuori dai jeans mi fanno cacare, dentro, bene, belle, come dico io, ci stanno per cinque minuti e se sei un'ameba. Se invece, come me, ti muovi disfi e fai, nei jeans dura anche due secondi. Il finto disordinato non mi riesce e non mi è mai riuscito, quindi anche a fregarmene e a lasciarla un po' dentro e un po' fuori faccio schifo. Qundi gnente. L'unica camicia che mi sta da Dio è quella di seta blu di PennyBlack, ma che ve lo dico a fare. Vestitino H&M euro 19.00:


Molto carino e mi stava anche bene. Ma facevo pena. Non mi ero portata tacchi ne tanto meno accessori per fare qualche prova, per cui quando l'ho indossato così nudo e crudo la semplicità in un attimo è diventata banalità. Adieu.

Alla fine sono entrata nel mio regno dei desideri. Mango. Ho preso chili di vestiti. Ho cercato 'sti cazzo di pantaloni stile Capri (quelli che una volta si chiamavano ciailacquaincasa) così tanto bene decantati dalla mitica Zitella, ma mi sembravano troppo lunghi e ho scartato l'idea iniziale, che era quella di mettere una camicetta a fiori o stampata con il colletto rotondo bianco, maglioncino bon ton color pastello, pantalone stile Capri e ballerine. Seeeee ciao alle trenta euro e alla mia dignità (io, con le ballerine?). In ogni caso da Mango ho trovato lui, il mio primo tubino nero (corto, per i miei gusti, molto corto):



Sembrava fatto apposta per me, pure le scarpe, tamarre quanto basta, che risaltano abbestia i miei polpacci alla Rumenigge e che non c'entrano un cazzo con Mad Men... ahahaha sono perfette per dare un tocco de 'nosochè' alla mia vita. AHAH!
 Comprati entrambi: tubino 39,90 - scarpe 34 euro. Ve le mostro in tutta la loro tamarraggine:

Poi sono andata da Kiko, a farmi salutare con quel 'zzzaaooooooo' che solo le loro commesse sanno dire. Mi sono presa un paio di cosine, soprattutto per il trucco perché non c'ho un ghezz. Domani sera vedremo come mi concerò. La collana di perle finta cèlo, orecchini di perla finti pure. Ho comprato pure un cerchiettino per dare un senso a 'sti casso di capelli corti che più corti non me li potevano tagliare. Ringrazio la Zit per avermi dato i suggerimenti giusti: ti avrei voluta in camerino con me.

Domani, se avrò il coraggio, vi mostrerò le foto della serata

sabato 21 aprile 2012

l'ultimo valzer

Un ultimo saluto a Levon Helm, il batterista-cantante dei Band, storico gruppo anni Settanta che ha fatto la storia di quegli anni, scomparso in questi giorni per via di un brutto male alla gola. Un gruppo storico, che ha accompagnato per anni Bob Dylan, il classico gruppo on the road, anche se di classico avevano ben poco. Per chi non li conoscesse, sono quelli di LAST WALTZ, titolo di un loro album eccezionale: qui il link per sentire tutto il disco. E non dite "No a me 'sta roba non piace", se non vi ascoltare questo, non saprete mai apprezzare nulla, niente dai Rolling Stones a Frank Zappa in poi. "Last waltz" è stato anche il loro ultimo concerto dal quale Martin Scorsese ne ha tratto un docu-film omonimo. Fate voi.






giovedì 19 aprile 2012

stronger

Tratto da "Sono così indie" de Lo Stato Sociale




Sono così indie che mi metto gli occhiali grossi da pentapartito (via!) Mi tolgo gli occhiali grossi da pentapartito e mi metto i RayBan (via!) Mi tolgo i RayBan e mi metto qualche altra mongolatacolorata
come quelli di Kanye West con i Daft Punk, titolo? STRONGER! Sono così indie che devo comunque fare una smorfia quando mi fotografano Se non faccio una smorfia faccio la smorfia che non mi accorgo che mi stai fotografando

mercoledì 18 aprile 2012

il troppo è per poco, e non basta ancora

In una più che primaverile serata di maggio del 2007, andavo al Transilvania Live di Milano a vedere il mio ennesimo concerto dei Perturbazione.
Era da poco uscito il loro nuovo, bellissimo disco "Pianissimo fortissimo", e quella sera, come mi capitava spesso, ero accompagnata dal mio ex ragazzo Giorgio, con il quale stavo insieme da cinque anni e convivevo da sempre. Giorgio è stato il mio primo, vero grande amore. Quello che chiami amore, quello a cui dici ti amo più di ogni altra cosa al mondo, quello con cui passi le domeniche pomeriggio a letto a mangiare sofficini findus e a guardare Alle Falde del Kilimagiaro, quello con cui fai tutto e con cui fantastichi, una sera sì e l'altra pure, di quando avrete dei bambini e di quanto sarà bella, bellissima, la vostra Alessia, perché è così che la chiamerete. L'Amore con la A maiuscola, quello per cui le cose che dici le credi davvero, mai un Ti Amo dato per scontato, mai uno sguardo fuori posto. Una volta, dopo avergli detto - o scritto, non ricordo, ci facevamo dei bellissimi biglietti di auguri - che lo amavo più della mia vita (daje su, c'avevo vent'anni) ho passato un'intera notte a chiedermi se davvero, sarei morta per lui. Non mi sono mai data una risposta, ma ho usato meno quella frase. Ci siamo amati tantissimo. Era tutto perfetto. Quando ci eravamo messi insieme, dopo un bacio rubato durante una grigliata il 24 maggio del 2002, durante l'estate avevo baciato un alto ragazzo, una cosa così, fatta per ego più che per piacere, e infatti troncai subito sul nascere la situazione promiscua e mi dedicai anima e corpo solo a Gio. Mi sentivo tremendamente in colpa negli anni, e più il rapporto cresceva, più ci si avvicinava davvero a coronare il sogno di stare insieme per tutta la vita, più questo senso di colpa per quel cazzo di bacio (va be' ok, in realtà sono stati più di uno) mi appesantiva. Facevamo interi discorsi sul tradimento, del tipo che mettevamo in conto che prima o poi sarebbe accaduto: Gio viaggiava molto con il gruppo in cui suonava, andava in Canada, New York, Europa, e il discorso era che se lontano da casa, durante una sera particolare, gli fosse capitato di andare con una ragazza, forse non ci sarebbero state conseguenze disastrose, ma in ogni caso avrei preferito non saperlo. Del resto pensavamo davvero che saremmo stati insieme per tutta la vita, quindi tanto valeva affrontare alcune problematiche di questo tipo. Per conto mio, a parte quei baci rubati ad un estraneo nei primi mesi della nostra storia, non avevo nessuna intenzione di andare con altra gente. Stavo bene con lui, il sesso - ma questo posso dirlo solo a posteriori - non era un granché ma la voglia non mancava mai, e in più, cosa non trascurabile, lo amavo davvero moltissimo. Quando amo, quando sono innamorata, non mi viene da tradire. Non è solo questione di sensi di colpa, è proprio che non ce la faccio, fisicamente intendo. A maggio, durante quel concerto dei Perturbazione, piaciuto molto ad entrambi, eravamo fuori mentre io fumavo una sigaretta. Lo ricordo come fosse ieri. Eravamo seduti su un tavolo di legno, uno di fronte all'altro. Era un periodo strano: Gio voleva a tutti i costi cambiare casa, diceva per colpa dei gatti che avevamo, lì, in quell'appartamento dove stavamo, per loro era una vita dura, i vicini di casa ci rompevano le scatole perché i mici dal balcone entravano nei loro appartamenti, e più di una volta abbiamo dovuto recuperarli con le zampette rotte giù in giardino, perché ci cadevano accidentalmente. Io non capivo tanto questa spiegazione. Dove stavamo mi piaceva e pensavo che il cambiare casa, prenderne una nuova, definitiva, insieme, per noi due, dovesse nascere da una volontà di coppia, non a causa di 'dove mettiamo i gatti qui ce li ammazzano'. Il discorso però era ancora nell'aria, niente di concreto, ma già storcevo il naso. In quel momento della nostra relazione ogni discorso veniva affrontato con ancor più sincerità e realtà dei fatti. Quando parlavamo di figli, ne parlavamo più seriamente che mai. Quando ci dicevamo Ti Amo non era mai di sfuggita, ma occhi negli occhi, quasi ad arrivare alla commozione. Quando parlavamo di tradimento, io spinta dal mio senso di colpa che ormai mi coccolavo e conoscevo bene, erano i discorsi più sinceri che facevamo, come fossimo due amici, due migliori amici, oltre che amanti. E lo eravamo davvero. Io e lui. Ci siamo detti cose che non avremmo mai detto a nessuno e che nessuno avrebbe potuto capire. Lì fuori, al Transilvania, mentre i Perturbazione dentro attaccavano con le prime canzoni, eravamo cresciuti in un attimo. Io e lui. Eravamo due persone adulte, nonostante lui lo fosse già visto che era maggiore di me di otto anni, consapevoli che i discorsi che un tempo si facevano rotolandosi nel letto e ridendo a crepa pelle, ora erano più vivi che mai.

Le cose sono precipitate da lì a poco. La casa l'ha comprata, così, da un giorno all'altro. Il discorso, il cantiere, le prospettive, monopolizzavano ogni pranzo, cena, birra con gli amici, visite dai genitori, momenti di intimità. Passavamo dal cantiere quotidianamente a vedere ogni mattone che portavano gli operai, e a me saliva l'ansia. Io non avevo deciso quella cosa. Io non la volevo quella casa. Io lavoravo a Milano, mi sarei voluta avvicinare, non allontanare. Io non ero pronta per parlare di cantiere ogni santo minuto. Io non mi disperavo quando pioveva perché i lavori non proseguivano. Io non mi emozionavo a vedere i mattoni che si accumulavano. Io non ero pronta a deviare ogni nostro ritorno a casa per vedere di sera i progressi del cantiere. Io non ce la facevo. Mi stava tutto sfuggendo di mano. Ne abbiamo parlato, lui è esploso dicendomi che i gatti ovviamente non c'entravano nulla. Il fatto era che lui cominciava ad avere un'età e voleva mettere su famiglia. La sincerità stava già lasciando il posto alla paura. Per lui era difficile ammetterlo, per me accettarlo. Inizialmente questo sfogo è sembrato unirci ulteriormente: gli ho confessato che prima di andare a vivere definitivamente insieme, avrei preferito provare a stare da sola, a Milano. Lui l'ha presa bene, è stato un'altro momento intenso che non dimenticherò mai. Sono tornata a casa, andando a svegliare i miei preoccupati per la nostra relazione, dicendo loro, tra le lacrime, che avevo capito che Giorgio era l'uomo della mia vita. Proprio così, gli ho detto, accendendo la luce dell'anticamera e mettendo la testa dentro la loro stanza da letto: 'E' l'uomo della mia vita'.

Mi sono accorta che non ero più innamorata di lui qualche settimana dopo. Mio padre se n'era accorto mesi prima. Mi guardava mentre mi specchiavo prima di uscire di casa (nel frattempo mi fermavo meno a dormire da lui e tornavo sempre più spesso dai miei inconsciamente la scusa ero che ero più vicina alla redazione…) e mi diceva: 'Non sei più innamorata, vero?'. Inutile dirvi come me la prendevo. Io, non più innamorata di Gio? Mai. E invece il mai era dietro l'angolo. Cominciavo ad uscire spesso con amici che avevo smesso di frequentare, tra di loro c'era un ragazzo che mi piaceva da sempre. La cosa era reciproca. Ho evitato di fare stupidate, non ne valeva la pena, ma qualche campanello di allarme in testa mi è suonato. Durante l'estate del 2007, tramite MySpace (dio mio!) ho allacciato un rapporto telematico con un musicista toscano. Era la mia evasione da una situazione che mi stava opprimendo. Qualche mese prima ancora avevo conosciuto per caso un personaggio famoso che lavorava in radio e in tv e portavo avanti anche con lui un rapporto telematico, via sms, di battutine maliziose e niente più. Il degenero è arrivato quando siamo andati a trovare i miei genitori sulle Dolomiti per l'estate. Quattro giorni infiniti. Io, Gio e i miei. Non passava mai. Il ritorno è stato delirante, noi davanti in macchina, i miei dietro. Prima di arrivare a casa Giorgio devia per Inzago e porta i miei genitori a vedere il cantiere. Io piango dal nervoso. Gio capisce, si incazza. Io gli dico che preferisco passare a casa dai miei. Giorni infiniti che terminano del tutto quando durante una serata di lavoro, in macchina mi limono quello che una volta era il responsabile di uno dei miei mille lavori che facevo all'epoca. Bacio inaspettato, non lo avevo nemmeno preso in considerazione questo. (Questo, poi, è stato il mio tormento per i due anni successivi, portandomi all'esaurimento nervoso. Non lo considero amore).

Una sera, mentre avevo già in tasca il biglietto del treno per andare in Toscana a trovare il mio uomo chat MySpace (roba da pazzi), io e Gio siamo a cena. Io non riuscivo a stare a tavola, scalpitavo, mi annoiavo. Non volevo stare lì. Sono uscita. Gio mi ha seguita giù fino alla macchina, dicendomi che così non poteva andare, che c'era qualcosa e lo capiva. Ci siamo presi una settimana di pausa. I miei non sapevano che fare. Io avevo capito tutto, invece. Siamo usciti una settimana dopo. Gli ho detto che non ero più innamorata di lui e che non era questione di recuperare o meno. L'amore era svanito, e con lui sarei svanita anche io. Lui non ha fatto una piega. Mi ha detto che capiva, che poteva succedere, di star tranquilla che avrebbe rispettato la mia decisione e che non mi avrebbe mai dato della stronza perché ero stata sincera.

Ovviamente mi ha dato della stronza due settimane dopo, ma non c''era che da aspettarselo. L'ho abbandonato. Ogni lasciata è un abbandono. Mi ha spezzato il cuore tre mesi dopo quando mi ha mandato l'unico messaggio che mi ha scritto dopo che l'ho lasciato. C'era scritto solo 'Non ce la faccio'.
Ho dovuto mordermi la lingua e legarmi al letto per non chiamarlo e correre da lui. Ero da sola, in ufficio a Milano perché ogni tanto dormivo lì, a piangere disperata ma con tutta la convinzione del caso che avevo fatto la cosa giusta. Non ci siamo mai più sentiti, mai più visti se non un paio di volte per sbaglio, imbarazzati a morte e senza scambiarci grandi parole ma solo dei ciao come stai di cortesia. L'ho lasciato e poi sono sparita. Lui non si è mai fatto vivo. Avevamo un'amica comune, la mia amica Manu, una delle persone a cui voglio più bene sulla faccia della terra, che faceva un po' da tramite. Diceva che stava tanto male ma che mi denigrava in mezzo agli altri, aveva ripreso a fumare, beveva. Cose che non mi hanno spaventata, cose che penso siano più che sacrosante.

Durante l'estate del 2008, quando io ormai ero una trottola impazzita e mantenevo quatto relazioni contemporaneamente per lo più con gente già sposata, della serie 'stai su di dosso e pensa alla tua donna, io sono solo l'amante che ti scopi perché mi va bene così', mentre facevo colazione in campeggio con le ragazze, una di loro mi chiede se a Giorgio ci pensavo mai. Certo, che ci pensavo. Ogni maledetto minuto, pensavo a Giorgio. Pensavo a come stava, a come soffriva, alla vita che avevamo vissuto e a quella che avremmo avuto davanti, alle amicizie perdute, alla sua famiglia, alle nostre abitudini, ai nostri concerti, ai nostri film, alle nostre cene, ai nostri compleanni, ai nostri regali, alle canzoni che scriveva e mi faceva sentire, alle sue ex di cui ero gelosa, alle sue amicizie del liceo con cui stavo da Dio, al gruppo in cui suonava e che io seguivo ad ogni concerto stando anche al banchetto dei dischi, alle famiglie dei suoi amici musicisti, alle vacanze in giro per l'Italia, alle nostre fughe in camper, a tutte le foto che ci facevamo, alle nostre litigate sulle patatine fritte, ai nostri gatti che lui sosteneva odiassi (solo un po', lo ammetto), a tutte le nostre parole dolci, alla sua passione per la birra, alla sua idea di aprire un ristorante e mollare il lavoro da ingegnere, alla nostra Alessia che non sarebbe mai nata, alle grigliate che organizzavamo in terrazzo, ai suoi nonni, ai giorni che ogni anno facevamo a Pinzolo ospitati dalla sua zia zitella, a quelli immancabili che facevamo a Castiglione a fine giugno, alle partite a carte, ai capodanni organizzati con gli amici, alle risate… Certo, che ci pensavo.

Attorno a quel tavolino, in un campeggio di Gallipoli nell'estate del 2008, alla mia amica che mi ha chiesto se ci pensassi mai, ho risposto solo . MI hanno chiesto se lo amavo ancora, la risposta è stata che lo avrei amato per sempre. Poi, di mia spontanea volontà, ho aggiunto un'altra frase: "Non mi sono mai fidata di nessuno come mi sono fidata di Giorgio, è stato il mio migliore amico e posso mettere la mano sul fuoco che non abbia mai tradito". In quel momento, su quest'ultima frase, la mia amica Manu si è ingozzata con il succo di frutta che stava bevendo e ha tossito di gusto. Io e le mie amiche siamo rimaste di stucco. Io ho fatto anche una smorfia di dolore.
"Manu devi dirmi qualcosa?"
"No no, niente Dani, niente"
"Manu ti ho beccata in pieno"
"Ma no non insistere, per favore"
"Manu…"
"E dai Dani ho promesso a Gio che non te l'avrei detto"
"Ecco appunto, ora ci sei dentro in pieno. Dimmelo"
"Eh no cazzo Dani, è che ti fai delle gran seghe sui sensi di colpa, che ti dispiace di averlo mollato così, che tu avevi baciato un altro i primi mesi, che lui era perfetto e sei tu che non lo amavi più, che era la persona più sincera del mondo, il tuo migliore amico… E basta cazzo! Gio ti ha tradito, adesso lo sai".


Le ragazze non sapevano cosa fare, ma poi hanno scelto la soluzione migliore che è stata quella di ridere.
Ho sorriso pure io. Poco.
"Con la sua collega Alessandra, vero?"
"Sì. La prima volta con lei".
"Lo sape… COMELAPRIMAVOLTA?"
"Ti ha tradito anche con Elena".

Adesso Giorgio è felicemente sposato e padre di una bimba che ormai dovrebbe avere un anno e mezzo. Abbiamo continuato a non vederci e a non sentirci. Mi manca. Sono felice per lui e un po' gli invio la serenità di famiglia, ma non ho nessun rimpianto, anzi. Sono sicura che sia un ottimo padre e un ottimo compagno, forse anche grazie alla batosta che gli ho dato. Non so perché vi ho raccontato tutto questo. Volevo scrivere del concerto dei Perturbazione di mercoledì sera scorso al Magnolia, e invece no, vi ho parlato di quanto la sincerità sia relativa e a volte per una storia d'amore non sia così del tutto fondamentale. Forse dovremmo fidarci un po' meno e vivere di più. Tanto non ci si può far nulla. E se vi capita di sbagliare, portatevi via solo le cose belle. Le apprezzerete dopo qualche anno, quando smetterete di ritornare sempre sui soliti difetti dell'uomo che vi siete lasciate alle spalle. Ecco, quando smetterete di prenderlo in giro con gli amici "il mio ex era così il mio ex era cosà", potete dirvi di essere in pace con voi stesse.



giovedì 12 aprile 2012

Long time comin

Sto pensando seriamente che se il cavaliere mascherato dovesse prendere una fortissima botta in testa e lasciarmi, un giorno, la prima cosa che farei, oltre a cambiare città, sarebbe quella di iscrivermi ad un corso di boogie woogie. L'ho sempre voluto fare. Sono mesi che chiedo al cavaliere di iscriversi con me, ma la risposta è sempre 'no', accompagnata da un sorriso di tenerezza.

Adesso, che mi avvio a casa con nelle orecchie il live del Boss a Dublino, ci penso ancor di più.

martedì 10 aprile 2012

and time stopped moving

Nella casella di posta, mi arriva questa:

"A volte mi domando se questi contatti valgono ancora 
Se sai ancora chi sono come io so chi sei tu 
Come te la passi 
Quanto mi piacerebbe incontrarti e perché non succederà. 
Questo è uno di quei momenti. 


Beh, sappi solo che sei ancora un bel pensiero e che da lontano, così tanto che non si può né vedere, né sentire, né sapere, continuo a sorriderti. Ecco" 

A Stefano anche io penso ancora. Non so da che parte iniziare per descriverlo, anche perché l'ho visto una volta soltanto. Una sola. Saranno stati quattro anni fa. Mi ero da poco impratichita con Skype. Lui mi aveva trovata così. Solitamente stoppavo subito, immediatamente, quelli che volevano chattare e che non conoscevo. Solitamente, tutti questi, facevano gli splendidi e rompevano il cazzo subito, arrivando dopo un 'ciao piacere luca' a scrivere 'quanti anni hai? sei fidanzata? di dv 6?'. Al che io scuotevo la testa e li bloccato. Con Ste no. Ste è apparso con un sorriso, in punta di piedi. Io non accedevo alla chat per parlare con lui, lui non mi scriveva ogni due minuti. Si chiacchierava ogni tanto, del più e del meno, lui dell'Inter, io della Juve. Lui di un paese vicino al mio, io poco più piccola di lui. Ci siamo scritti, gli raccontavo anche le mie storie malate e lui mi parlava della sua fidanzata. Ci siamo poi scambiati il numero di telefono. La prova del fuoco. E se questo mi tartassa? Mai successo. Ci siamo scritti sms, sempre simpatici e sorridenti, mai mai maliziosi, ma abbiamo cominciato a volerci un po' di bene telematico. Abbiamo deciso di vederci. Siamo usciti insieme. Ci siamo incontrati, io ero anche contenta. Per nulla preoccupata, giuro. L'ho visto e… che bello! Questo me lo ricordo. Proprio un bel ragazzo. Siamo andati in una birreria in zona. Uno di fronte all'altro. Abbiamo parlato, parlato e parlato. Abbiamo riso. Ci siamo trovati bene, a nostro agio come se quella chiacchiera di persona fosse un semplice prolungamento delle discussioni avute in chat. Niente di più naturale. Come naturale è stato quando ci siamo alzati appena, quasi un accenno, ci siamo allungati sul tavolo e ci siamo baciati. E che bel bacio. Ci siamo riseduti tra le risate, mi sa che nessuno dei due se l'aspettava. Nessuno dei due era uscito per quello. Siamo andati via. Abbiamo continuato a baciarci. Siamo arrivati in una zona industriale e siamo stati insieme, in macchina. Bello, intenso, inaspettato. Mi ha riaccompagnata alla macchina. Nei giorni dopo, come solo io so fare, sono sparita. Non ci siamo più rivisti nonostante qualche invito da parte sua. Devo anche avergli risposto male a qualche sms in cui non capiva il comportamento da parte mia. Mica voleva una storia, voleva solo - forse, chi lo sa - continuare a scriverci, a scambiarci tenerezze, a parlarmi del suo lavoro, dei problemi con la fidanzata… non so cosa volesse, nello specifico. So solo che io non potevo dargli più niente.

Oggi mi scrive. Io ci penso, e penso che queste cose succedono, e che qualcuno ancora mi pensi così, mi riempie il cuore. Io li ricordo tutti, sapete? Tutti. Tutti.



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